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  Hurricane_53 [ Freedom fighter ]
 
Diario
 





 A Shuny 

 

 Mi dica, in coscienza, lei può considerare veramente libero un uomo che ha fame, che è nella miseria, che non ha lavoro, che è umiliato perché non sa come mantenere i suoi figli ed educarli? Questo non è un uomo libero. Sarà libero di bestemmiare, di imprecare, ma questa non è libertà. La libertà senza giustizia sociale è una conquista vana.

Sandro Pertini

Statistiche gratis

 


17 maggio 2012

Prostituzione …

Donne obbligate a prostituirsi, schiave contro la propria volontà, oggetti di proprietà da vendere o mettere in palio. Ragazze minorenni gettate nel mondo del sesso a pagamento e costrette ad abortire quando capita “l’incidente”. Due casi di cronaca riportano l’attenzione sul tema della violenza nel mondo della prostituzione. (…)
Il mercato del sesso in Italia si trova in un limbo tra legalità e proibizione. La legge non punisce penalmente la prostituzione, ma condanna il favoreggiamento, l’induzione, lo sfruttamento, la prostituzione minorile. I risultati sono sotto gli occhi di tutti. Delle 50-70 mila prostitute presenti in Italia (dati del 2010 forniti dalla commissione affari sociali della Camera), il 65% esercita in strada, una percentuale che oscilla tra il 5 e il 10% è vittima dello sfruttamento e le minorenni sarebbero addirittura tra il 10 e il 20% (dati del Gruppo Abele di don Ciotti). Il numero dei reati subiti dalle prostitute, al netto di sfruttamento e violenze da parte dei “papponi”, è impressionante: furti, rapine, pestaggi, stupri, omicidi. Non esiste un dato aggregato, ma anche solo guardando le notizie di cronaca nera – e molti reati non vengono denunciati e quindi scoperti - emerge una situazione preoccupante. Anche da un punto di vista sanitario la mancanza di controlli crea numerosi problemi: su nove milioni di clienti, un’ampia maggioranza chiede di non usare il preservativo (addirittura l’80% secondo i dati del Gruppo Abele). E tra le prostitute, specie a seguito dell’ingresso nel mercato di moltissime stranieri irregolari, aumentano i casi di Hiv, senza contare le malattie sessualmente trasmissibili meno gravi ma più diffuse.
Per far fronte ai problemi di sfruttamento, criminalità, degrado urbano e allarme sanitario, altri Stati europei hanno adottato un modello “regolamentari sta” della prostituzione. Il caso più noto è quello dell’Olanda. Qui la prostituzione non è mai stata penalmente perseguibile, ma dal 2000 è divenuta un’attività perfettamente legalizzata ed è diventato legale anche aprire “case di tolleranza”. Le prostitute devono aver compiuto i 18 anni di età e devono essere residenti regolarmente in Olanda. L’attività viene controllata dalla polizia, dal fisco e dai servizi sanitari. I comuni decidono quali zone adibire all’esercizio della prostituzione e la polizia le presidia per evitare episodi di microcriminalità. Ad esercitare in strada è una esigua minoranza (meno del 5%). Non tutto funziona perfettamente, l’attività per sua natura è difficile da regolamentare, specie ai fini fiscali. Sacche di sfruttamento permangono, ma potendosi concentrare su queste l’attività di polizia è più efficace.
Anche la Spagna, paese di tradizione cattolica come l’Italia, ha regolamentato il mercato del sesso, anche se con qualche ripensamento. Nel 1995 il governo socialista di Felipe Gonzalez Marquez decise la depenalizzazione delle attività collaterali alla prostituzione, creando di fatto una situazione di tolleranza anche per i bordelli. Nel 2003 il governo popolare di Felipe Aznar cancellò la depenalizzazione, ma molte autonomie locali decisero di proseguire il percorso iniziato nel 1995 provvedendo a regolamentare lo svolgimento dell’attività al chiuso. Oggi in Spagna da un lato si cerca di contrastare la prostituzione su strada (…), dall’altro si vanno diffondendo locali a luci rosse, noti come “casas de alterne” o “club”. A Valencia, notizia recente, una scuola per prostitute (l’Academia del placer) ha lanciato lo slogan “Se sei giovane e non trovi lavoro, diventa prostituta”, facendo nascere una polemica. In ogni caso, nei “club” l’uso del preservativo è obbligatorio e sono garantiti controlli di ordine pubblico e di carattere sanitario. Rimangono però dei problemi di evasione fiscale e sporadici fenomeni di “tratta” di esseri umani.
Il paese con il maggior numero di prostitute in Europa, secondo le stime, è la Germania dove sono circa 400mila. Nel 2002 è stato depenalizzato il favoreggiamento, e la prostituzione è stata equiparata a un qualsiasi altro lavoro. Chi si prostituisce può scegliere un inquadramento da lavoratore autonomo o dipendente, deve pagare le imposte sul reddito e l’Iva, e le case di appuntamenti sono imprese registrate. Sono obbligatori i controlli sanitari e l’uso del preservativo. Visto il numero elevato di soggetti coinvolti nel mondo della prostituzione rimangono problemi di attuazione della legge, e i pagamenti in contanti favoriscono l’evasione. Per questo alcune amministrazioni locali chiedono come tassa una somma forfettaria. I comuni hanno inoltre la facoltà di vietare la prostituzione in specifiche aree.
Oltre a questi, altri Stati in Europa (Ungheria, Austria, Grecia, Lettonia, Svizzera e – in parte – l’Inghilterra) hanno adottato diverse forme di regolamentazione. Diametralmente opposto l’approccio alla prostituzione nei paesi scandinavi, noto anche come modello “neo-proibizionista”. Nato in Svezia nel 1999, e successivamente adottato da Islanda prima e Norvegia poi (2009), si fonda sull’idea che la prostituzione è sempre una violenza dell’uomo sulla donna, anche quando questa afferma di essere consenziente. La conseguenza è la criminalizzazione del cliente e non della prostituta (come invece accade in molti Stati dell’est Europa), anche attraverso un forte stigma sociale: chi viene sorpreso a ricercare sesso a pagamento viene pedinato e fotografato, gli viene spedita una lettera a casa e al processo viene fatto sedere al fianco degli eventuali sfruttatori, per fargli capire da che parte ha deciso di stare. Questa politica repressiva sembra funzionare, anche perché gode dell’appoggio di quasi l’80% dei cittadini (che a proposito si sono espressi in ben 5 referendum): il fenomeno della prostituzione è praticamente scomparso, spostandosi negli Stati vicini.
Quale che sia il modello che si decide di scegliere, regolamentarista o neo-proibizionista, di sicuro va accantonato quello attualmente in vigore in Italia (chiamato “abolizionista”). Il prezzo che viene pagato alla criminalità, alla violenza, al degrado e alla diffusione delle malattie è molto più alto che non dove si è deciso di operare una scelta netta. Certo, da un lato il modello regolamentarista trova un ostacolo quasi insormontabile nell’opposizione della Chiesa e nella “morale pubblica” italiana. Dall’altro il modello neo-proibizionista si scontra col fatto che i paesi scandinavi hanno una cultura e un tessuto sociale non comparabili all’Italia. Senza contare che il numero di italiani che hanno rapporti sessuali regolari con prostitute (per passare alla “morale privata”) è uguale al numero degli svedesi. Di tutti gli svedesi: 9 milioni.

Tommaso Canetta L’Inkiesta


17 maggio 2012

La Russia sta per acquistare la licenza per produrre blindati italiani – La Pravda Ru – Traduzione Hurricane 53

La Russia potrebbe acquistare dall'Italia la licenza per la produzione dei blindati Centauro. In Russia sono già in corso i test sui mezzi.
 
I blindati in questione sono prodotti dalla CIO – un’azienda creata da Oto Melara e Iveco. L’Italia possiede 400 blindati Centauro nelle sue forze armate. La velocità massima, che i blindati Centauro possono sviluppare, raggiungono i 100 km/ora. Secondo l’Izvestia, oltre ad un cannone da 120 millimetri, il blindato è munito da due mitragliatrici da 7.62 millimetri.
 
Un portavoce dell’Oto Melara ha affermato che, in effetti, l'azienda potrebbe vendere l'autorizzazione per la produzione dei blindati Centauro in Russia. Due autoblindo Centauro già sono stati inviati in Russia. I mezzi sono giunti al porto  di Novorossiisk ed attualmente stanno subendo i test nella regione di Mosca.
 
In precedenza Dmitry Rogozin ha dichiarato che la Russia stava progettando di lanciare la produzione in serie dei nuovi carri armati Armata entro il 2015. Alla fine di aprile, Rogozin ha dichiarato che la Russia stava iniziando l’acquisto di tecnologie piuttosto che hardware militare da alti paesi.
 
Pravda Ru - Traduzione Hurricane 53
 
http://english.pravda.ru/news/russia/12-05-2012/121097-russia_italian_tanks-0/


17 maggio 2012

Le scuse per non fare sesso

 

 

Se proprio non hai voglia di intimità e non vuoi offendere il tuo partner, meglio ricorrere a una mezza verità. Chiarito che mal di testa e stanchezza accomunano l’uomo e la donna nell’arte di dire bugie a letto, vi sono altre scuse abbastanza reali da utilizzare per evitare di giungere svogliatamente al momento clou.

Le scuse delle donne

Se un tempo la donna si appellava alle fatidiche mestruazioni e di fronte a tale stato fisico,  nessun uomo osava controbattere e rimaneva inerme di fronte a tale dato di fatto; oggi la scusa non regge più: i signori maschietti hanno capito che è impossibile avere il ciclo ogni settimana. Così, sfatato il mito del ciclo a convenienza, ne viene meno un altro: “Ho dimenticato di prendere la pillola”, la risposta risiede in altri metodi contraccettivi. Inutile allora ripiegare su sorelle/fratelli/suoceri/genitori nella stanza a fianco, sarebbe come interrompere un rapporto fisico solo perché il cane ti fissa… Tra le scuse migliori delle donne, troviamo:

  • Mancata depilazione: “Non ho fatto la ceretta, mi vergogno.”
  • Appetito: “Non ho energia, ho mangiato così poco oggi./ Mi sono abbuffata, non sfiorarmi!”
  • L’ovulazione: “Sono al 14°giorno, è pericoloso, potrei rimanere incinta!”
  • Malattie veneree e infiammatorie: “Ho la candida, che fastidio!”
  • L’umore: “Non sono dell’umore giusto!”
  • L’attesa aumenta il desiderio: “Aspetta e sarai ricompensato!”
  • Il parrucchiere: “Ho fatto la piega, non vorrai mica sgualcirla?”
  • Vita familiare: “Ci sono i bambini di là, potrebbero sentirci.”
  • Le amiche: “Devo scappare, le mie amiche mi stanno aspettando!”
  • Stato fisico: “Mi sento gonfia!”

Il sondaggio inglese

Secondo un sondaggio realizzato dal sito britannico OnePoll.com e condotto su un campione di 4.000 intervistati, nel Regno Unito tra le scuse più gettonate per non fare l’amore figurano stanchezza e mancanza di desiderio, con sette intervistati su dieci che hanno ammesso di arrivare troppo stanchi la sera per darsi alle gioie del sesso. Il sempreverde “mal di testa” si piazza “solo” al terzo posto della classifica, utilizzato dal 27% dei maschi (1). Situazione analoga in Italia dove la crisi e lo stress uccidono la libido. E quando il pensiero delle rate del mutuo e le bollette accompagnano l’uomo fin in camera da letto, la bugia è necessaria e un uomo su cinque vi ricorre abitualmente.

Le dieci scuse per non fare sesso

Le dieci scuse più utilizzate per non fare sesso sono a tratti scontate e banali. Scuse diffuse che giustificano la nascita di stereotipi quali il mal di testa e gli acciacchi fisici improvvisi.

  1. Sono stanco/stanca.
  2. Non ho voglia.
  3. Ho mal di testa.
  4. Devo alzarmi presto domani.
  5. Sono preoccupato/preoccupata per questioni di lavoro.
  6. Mi innervosisci.
  7. Ho sentito il bambino agitarsi.
  8. Dovresti farti una doccia.
  9. Ho mal di schiena.
  10. Non ci conosciamo abbastanza.

Anche gli uomini dicono le balle

Se eravamo abituate a donne pronte a menzogne a fin di bene, a sorpresa scopriamo un universo maschile sempre più disposto a bruciare calorie davanti a una partita alla playstation che non con la propria donna. Ecco alcuni esempi del giustificazionismo maschile:

  •  La squadra del cuore: “Oggi gioca la Juve!”
  • Avere sonno: “Scusa, amore, ho troppo sonno stanotte.”
  • L’insonnia: “Se mi ecciti, non riuscirò a prender sonno!”
  • Fingere di dormire già.
  • La fretta: “Perdonami, sono di corsa.”
  • Il cibo: “Tutta colpa delle tua cena, mi è rimasta sullo stomaco!”
  • La contraccezione: “Ho finito i preservativi!”
  • Il lavoro: “Lavoro troppo in questo periodo”.
  • I malanni delle 4 stagioni: “Sto male!”
  • Il risveglio: “Devo alzarmi presto domani!”

Casual sex: sesso al primo appuntamento?

Se al momento di passare ai fatti, l’uomo si tira indietro, per farlo deve avere le sue buone ragioni. Ecco che d’incanto fioccano stati sentimentali finti: “Sono fidanzato”, “Sto per sposarmi”, “Siamo in crisi ma non mi sento di tradirla, è una così brava persona”. Se di fronte avete una donna agguerrita e pronta a passare anche sul corpo della tua fantomatica compagna (vera o finta che sia), beh, la scusa più efficace? La terribile confessione: “Sono gay”, di fronte a un outing del genere, la spasimante si metterà il cuore in pace. La donna, invece, potrà giocare la carta della verginità e rincarare la dose con la clausola “fino al matrimonio”. Bisogna, però, essere credibili e non aver già fatto sesso con lui o con uno dei suoi amici. Se invece, per qualche miracoloso scrupolo di coscienza, deciderete di essere sinceri, basterà dire: “No, guarda, non mi va di farlo, ci siamo appena conosciuti!”. Attenzione dietro al “non ho preservativi” la verità potrebbe essere tutt’altra: “Ne ho sempre due o tre dietro, ma oggi non sono psicologicamente/ fisicamente pronto!”.

Chi è più bugiardo a letto?

Nel campionato delle scuse, stando all’indagine di OnePoll, vincono gli uomini ma il primato della creatività va alle donne. Il 27% degli uomini intervistati ha ammesso di inventare scuse per sottrarsi all’amplesso amoroso a dispetto del “misero” 18% femminile. La situazione cambia in suolo francese, dove uno studio realizzato dall’Institut Lilly e Ifop nel 2010, ha rivelato che circa un quarto dei francesi, ben il 24%, inventa scuse pur di non fare sesso; le donne, a sorpresa, pare abbiano il naso più lungo: il 33% di loro rispetto al 15% degli uomini dice menzogne. A unire i due sondaggi, un’amara conclusione: in Inghilterra un uomo su tre ha affermato di non avere più voglia della propria compagna e una donna su cinque è già stanca del proprio partner. In Francia la situazione è più critica: un intervistato su due, il 49%, ha ammesso che la scusa è legata a una seria e minacciosa mancanza di desiderio. Un problema più femminile (53% delle donne contro il 44% degli uomini) che maschile. Ricordiamoci, infine, che le donne sono anche le maestre indiscusse in un’altra occasione: fingere l’orgasmo, cosa che raramente riesce al partner.

Aldilà dei pretesti per non farlo, il suggerimento è uno: evita le bugie; se proprio non hai voglia, parlane con la tua metà che sarà comprensiva e magari si impegnerà per fare in modo che situazioni del genere non si ripetano.

In fondo nella coppia, se il tuo lui o la tua lei ti fa perdere la testa, non servono scuse. Come dire, meno scuse, più sesso ma se proprio devi dire una bugia, allora dilla grossa e aguzza l’ingegno!

Alessandra Brafa Doctissimo

 


17 maggio 2012

I barbari dello spread

Mentre le forze politiche invocano lo sviluppo e implorano di non limitarsi al rigore, salvo non dire nulla di sensato su come si possa ottenere un simile risultato e, per giunta, continuando ad appoggiare un governo che fa l’opposto, il nuovo dittatore, lo spread, fa sentire la sua prorompente vitalità, scorrazzando indisturbato e comprensibilmente incurante del chiacchiericcio. Da destra a sinistra, da sopra a sotto il dimenarsi è inconcludente perché tutto interno ad un modello culturale sbagliato, quello secondo cui per rilanciare il mercato ci vuole più Stato. Sicché, incapaci di pensare il futuro diverso dal passato, si beccano le scudisciate di uno spread che prima fu invocato come causa più che sufficiente per cambiare governo, poi si pretende di trascurarlo laddove indica quel che sarebbe opportuno: far dimagrire lo Stato, diminuire la spesa pubblica e abbattere il debito collettivo.

Il governo, auspicabilmente politico e regolare, ma va bene anche quello tecnico e commissariale, dovrebbe piantarla di pensare alla tassazione del patrimonio privato e dedicarsi alla dismissione di quello pubblico. Da lì verrebbero risorse aggiuntive, con le quali abbattere il debito (abbattendone il costo) e rilanciare gli investimenti pubblici nelle infrastrutture. Quei soldi non dovranno in nessun caso essere l’alibi per mantenere inalterata la spesa pubblica corrente, che non solo va tagliata in modo significativo, ma che, in molti casi, più la si taglia più migliora la qualità del servizio (abbiamo già fatto tanti esempi, su scuola, giustizia e sanità). Questa è l’unica strada che vedo per conciliare rigore e crescita, perché porta a minore spesa e minore prelievo fiscale. Sarebbe bello sapere cosa ne pensano i tanti che, oramai, ripetono a pappagallo formulette senza senso.

Assisto con fastidio allo stagnare intellettuale di chi se la prende con lo spread al pari del prendersela con gli dei capricciosi, i quali avevano la fenomenale caratteristica di non esistere, in un trionfo della superstizione. Sono i barbari dello spread. E vedo con timore il lievitare di una falsa soluzione, che vorrebbe chiudere con l’era del “liberismo selvaggio” (ma quando mai c’è stata?), per chiedere allo Stato di rimediare ai fallimenti del mercato. Strada suicida, perché quello cui assistiamo è l’opposto: il fallimento dello Stato che tassa e spende e il fallimento di quello che non c’è, vale a dire quello europeo.

La signora Merkel è stata prima ossequiata e adorata (ricordate il vanto: “sono il più tedesco degli economisti italiani”?), poi adottata quale causa di tutti i mali. In realtà ella si trova nella condizione di forza negoziale che le deriva dal come sono strutturati i trattati europei, e nella condizione di debolezza culturale di chi governa in Europa senza aver vissuto la storia, anche dolorosa, della sua nascita e sviluppo. Questo duplice volto rappresenta un problema politico collettivo, non risolvibile certo con le elezioni locali tedesche, ma che rimane al di sopra di una classe dirigente nana, in Italia come in altre parti d’Europa, che assiste senza fiatare alle dimissioni di Jean-Claude Juncker, rinunciando a farne l’inizio di un diverso corso federale.

Come capita a molti giochetti d’enigmistica, la soluzione non è difficile, quando poi è svelata a tutti pare ovvia, ma non ci si arriva perché si adotta un modello culturale, un modo di pensare sbagliato. Supporre di conservare il welfare state disfunzionale, scambiandolo per spesa indirizzata al bene dei cittadini, salvo poi volere dominare i mercati del mondo, esportando prodotti e importando risparmio altrui, è da dementi. Oppure da colonialisti, che, però, hanno perso la voglia e la forza d’essere tali.

Quindi: non ci serve più crescita indotta da ulteriore dilagare della mano pubblica, ma più libertà portata da minore invasività statale; al tempo stesso ci servono più investimenti pubblici, ma non alimentati dal gettito fiscale, bensì dalla vendita di un immenso e improduttivo patrimonio pubblico. L’unico modo per far la fine dei greci consiste nel ripercorrerne tutti gli errori (consentendo all’Unione Europea di perseverare nella più sbagliata delle politiche). Chi crede che sia un fatto tecnico, chi non vede la natura politica di questa scelta, è naturale si dedichi al sacrificar selvaggina sugli altari mendaci, nella speranza che gli dei si plachino e consentano la fine della carestia.

Davide Giacalone


16 maggio 2012

Riflessioni semiserie su un’Unione senza unità né equilibrio

Mentre le gemme sbocciano e i governi cadono, tutte le potenze europee si comportano allegramente secondo il proprio carattere nazionale. Nel bel mezzo di una grave crisi finanziaria, i francesi hanno appena eletto un socialista allo champagne, convinti da promesse di un’aliquota fiscale del 75 per cento sui redditi più elevati e dell’abbassamento dell’età pensionabile. Anche i greci sono reduci da una tornata elettorale in cui i partiti consolidati hanno ceduto il passo a un’accozzaglia di gruppi frammentati con il risultato che dovranno di nuovo recarsi alle urne. (...). Nel frattempo dalla Spagna, dove attualmente la disoccupazione giovanile si aggira intorno al 50 per cento, si leva il gemito malinconico del flamenco.

Poche ore dopo il mio arrivo a Londra, sento il seguente annuncio in treno: “Ci scusiamo per il ritardo nella partenza causato da un ritardo nell’arrivo di personale essenziale al servizio. [Tradotto: il conducente non si è svegliato in tempo]. Siamo tuttavia lieti di informare i clienti che il servizio della Metropolitana di Londra si sta svolgendo in modo quasi regolare”. E’ il “quasi” ad essere così intrinsecamente inglese. Tre giorni dopo, a Berlino, approdo finalmente all’Europa che funziona. Beh, fino a un certo punto. Come sempre, rimango esterrefatto da quanto il paese più ricco e di maggior successo dell’Unione europea sia dedito all’ozio. La pausa pranzo nel verdeggiante giardino del Café Einstein sulla Kurfürstenstrasse non dà segno di terminare neppure quando scoccano le 3 del pomeriggio. Ed è un giovedì. Lo sapevate che attualmente un tedesco medio lavora 1.000 ore in meno all’anno rispetto a un sudcoreano medio? Questo spiega perché quando andate in vacanza i tedeschi sono già lì, e quando tornate a casa loro rimangono.

Come è comprensibile, ormai molti investitori americani hanno dato l’Europa per persa. Dopo due anni della soap opera più noiosa del mondo (“Riuscirà Angela a trovare un’intesa con François, il nuovo arrivato? Mario sarà quello giusto dopo quel vecchio ipocrita di Silvio?”), sono giunti alla conclusione che è solo una questione di tempo prima che l’intera zona euro coli a picco, con la Grecia nel ruolo della Lehman Brothers. Nel frattempo a Berlino stanno ancora parlando di “guadagnare tempo”. Ciò che intendono è che se la Banca centrale europea continuerà a stampare denaro, prestandolo alle deboli banche dell’area mediterranea in modo che loro possano acquistare i bond dei deboli governi del Mediterraneo, alla fine tutto si sistemerà. Si tratta di un’illusione.  Le economie dei paesi dell’Europa meridionale sono in condizioni disastrose, paragonabili a quelle della Grande depressione. E’ vero, non hanno più a disposizione l’opzione keynesiana per darsi ai finanziamenti in disavanzo; i loro debiti sono già troppo elevati. Ma la ricetta tedesca basata su sensibili aumenti fiscali e tagli alle spese in un’ottica di austerità, malgrado la recessione, sta perdendo di settimana in settimana credibilità politica.

All’improvviso non è più così difficile immaginare un politico greco che decida di puntare sull’uscita dalla zona euro, ripristinando la dracma e lasciando che una drastica svalutazione faccia il suo corso. All’improvviso non è più così difficile immaginarne le devastanti conseguenze, con gli investitori che si pongono l’ovvia domanda: “Se loro possono andarsene, chi saranno i prossimi”? Come ha sottolineato Thomas Sargent, premio Nobel per l’Economia dello scorso anno, nel suo illuminante discorso di accettazione, oggi l’Europa si trova grosso modo al punto in cui erano gli Stati Uniti tra gli articoli della Confederazione del 1781 e la Costituzione nella sua forma attuale, che li ha sostituiti nel 1789. Ciò di cui abbiamo disperatamente bisogno è un Alexander Hamilton, pronto a trasferire la totalità o una parte dei debiti dei singoli stati nel bilancio federale. Quello che dobbiamo assolutamente fare è riconoscere che l’attuale struttura confederale dell’Europa è incompatibile con l’unione monetaria istituita nel 1999.

La soluzione esiste. A partire da novembre dello scorso anno, la Commissione europea è stata attivamente impegnata nel cercare di capire come creare degli “stability bond” che porrebbero l’intera fiducia e il credito dell’Ue (vale a dire della Germania) a sostegno di almeno una parte dei debiti nazionali degli stati membri. Considerati singolarmente, alcuni di questi debiti sono di un’entità oltre ogni speranza. Presi nel loro insieme e messi a confronto con il pil totale della zona euro, sono gestibili.  A intralciare la strada non sono il socialismo francese o il populismo greco. E’ semplicemente la compiacenza tedesca. A Berlino si vive bene. A Monaco, capitale della macchina manifatturiera tedesca, si vive ancor meglio.

Qualcuno dovrebbe cercare di spiegare al bavarese medio seduto al suo solito tavolo a bere birra perché dovrebbe essere disposto a finanziare un trasferimento annuo ai paesi del Mediterraneo pari all’8 per cento del pil tedesco. Provateci voi se siete capaci. Perché a questo punto arriva il colpo di scena nel mio racconto sul carattere nazionale. Per due generazioni i tedeschi hanno cercato in tutti i modi, con la forza, di sopraffare l’Europa. E oggi, che potrebbero farlo in modo del tutto pacifico, non gliene importa nulla.

Niall Ferguson Il Foglio


16 maggio 2012

Tecnocrati europei e famiglie greche

 Una manifestazione davanti al ministero dell'economia greco (Credits:EPA/ALEXANDROS BELTES)

Solo i tecnocrati di Bruxelles e di Francoforte che non hanno mai visto da vicino una famiglia normale, che non sanno che cosa si fa in un laboratorio artigianale e nemmeno in una fabbrica; che, fino a un certo punto della loro vita, erano impegnati a prendere dei master studiando su libri scritti da gente simile a loro (solo più vecchia) e che, dopo quel punto, si sono immersi negli acquari altoburocratici popolati da computer collegati con modelli matematici considerati esaurienti perché elaborati da gente come loro e che quindi ragionano come loro in un rapporto di consanguineità con esiti devastanti, solo i tecnocratici di Bruxelles e di Francoforte, dicevo, potevano pensare di fare entrare la Grecia nell'euro. 

E poi, terrorizzati dalle difficoltà di staccare, da una comunità di 329 milioni di persone ad alto reddito, un paese da 11 milioni di abitanti a basso pil pro capite, si ostinano a tenere dentro l'area euro un paese che proprio non ce la fa a restarci. E, anziché studiare una via di uscita, con un calendario relativo e mezzi adeguati, cercano di tenere in vita un rapporto monetario con l'encefalogramma piatto, versando, nel serbatoio pubblico greco, che è clamorosamente bucato, imponenti quantità di risorse comunitarie che sono inevitabilmente subito disperse. Il fatto che le recenti elezioni politiche greche non siano servite a formare un governo e che quindi la Grecia sia stata costretta a indire nuove elezioni (che, ai fini della governabilità efficace, andranno ancora peggio di prima) dimostra che la Grecia, che è troppo a lungo vissuta al di sopra dei propri mezzi con imbrogli di ogni tipo, non ce la fa a rientrare nei ranghi. Non è che i greci non vogliano fare i sacrifici necessari. È che, a moneta costante, non ce la fanno proprio a farne di più di quanti ne stanno facendo. D'altra parte, come volete che risponda un operaio che prende 700 euro al mese, quando si sente dire che il suo sacrificio non basta ancora? E come volete che, irrazionalmente certo, rispondano i greci (quelli veri, in carne e ossa, non quelli che sono rappresentati dagli istogrammi colorati) quando queste prediche (in teoria giuste) gliele fa la Germania? Il minimo che possano pensare è che la Germania che non è riuscita a sottomettere la Grecia con le armi, adesso tenta di farcela con la moneta cosiddetta comune. Purtroppo possono essere mandati a casa, con le elezioni, i politici. Mentre gli eurocrati super pagati che hanno fatto (o non impedito) il disastro, quelli, sono inamovibili.

Pierluigi Magnaschi Italia Oggi


16 maggio 2012

Sogni erotici: il significato dei più comuni

Tutti facciamo sogni erotici. E se qualcuno se ne vergogna, perché magari sogna di fare sesso con una persona diversa dal proprio partner, sbaglia di grosso. Tali sogni, infatti, non nascondono necessariamente il desiderio celato nei confronti del protagonista dei nostri sogni a luci rosse, né vanno intesi come un campanello d'allarme che ci avvisa che la nostra relazione è in crisi. Vediamo allora insieme qual è il significato che sta dietro ai sogni erotici più comuni.

- Fare sesso in pubblico
Questo è un sogno più frequente nell'uomo che nella donna. E' gratificante perché nell'uomo si crea l'illusione di poter mostrare pubblicamente le proprie virtù amatorie in pubblico. E' anche un sogno liberatorio, che induce a liberarsi del tabù di fare sesso solo nell'intimità della propria casa;

- Fare sesso con una persona sconosciuta
Questo è un sogno che appartiene indistintamente sia ad uomini che a donne. E' generalmente il tipo di sogno che si fa quando non si ha voglia di avere una relazione stabile ed il nostro inconscio ce lo comunica così;

- Fare sesso con un collega di lavoro
Anche in questo caso parliamo di un sogno che fanno sia uomini che donne. Non è necessariamente indice di desiderio nei confronti del proprio partner di lavoro. E' più probabile che questo sogno indichi, invece, il desiderio di rompere la routine e rivitalizzare qualcosa di noioso come, appunto, il vedersi quotidianamente e condividere ore di lavoro;

- Sesso di gruppo
Sognare di condividere il proprio partner nella vita con altri è un sogno che molti uomini trovano eccitante. Generalmente gli uomini che fanno questo sogno controllano la situazione e non la subiscono, e gestiscono il tradimento voluto;

- Fare sesso con l'ex

Se si sogna di fare sesso con l'ex è molto probabile che vi siano delle questioni irrisolte da affrontare. Può essere che si faccia questo tipo di sogno quando la relazione attuale langue ed è diventata noiosa ed abitudinaria.

-  Fare un sogno omosessuale
Non si è omosessuali solo perché si sogna di avere un rapporto con una persona del nostro stesso sesso. Generalmente questi sogni indicano la celebrazione di qualche evento di natura materna o paterna;

- Sesso con il partner  del/della migliore amico/a
Se fate questo sogno si può supporre che il protagonista trovi in quella persona caratteristiche desiderate anche nel proprio partner. Non sono però necessariamente caratteristiche legate alla sessualità.

That's Amore


16 maggio 2012

Fini: ha scaricato nel cesso almeno tre milioni di italiani

L'ultima volta che ho incrociato lo sguardo di Gianfranco Fini è stato a un semaforo. Io aspettavo l'autobus e lui era nella sua auto blu, sulla corsia interna di via Gregorio VII, a Roma. Ci siamo guardati un istante. Giusto il tempo di riconoscerci reciprocamente (così, almeno, spero, perché forse l'ho riconosciuto solo io, non riconoscendo nulla di ciò che era stato lui). Era stato, lui, quanto di peggio la destra potesse essere in un'Italia attardata negli anni 70 del secolo scorso. Era banale e normale.

Non capiva la Voce della fogna. Non sapeva neppure chi fosse Alain de Benoist. Non apriva un libro e predicava il Fascismo del Duemila. Diocenescampi quant'era ordinario Fini, specie in tema di fascismo (a proposito: i ragazzi di CasaPound, oggi, sbagliano con "fascismo del Terzo millennio", rischiano di restare nel solco di Fini).

E se fosse utile scovare le stupidaggini ideologiche, in quel leader - così incrostato di destrismo, dove tutto il cascame della propaganda piccolo-borghese vi faceva alloggio - basterebbe svelarne la biografia: dalle simpatie per i regimi sudamericani alle gite da Saddam Hussein, fino ad arrivare alla campagna contro gli immigrati. Lo ricordo come fosse oggi, così comiziava a Montesilvano: "Devono imparare l'uso del sapone".

Era il civilizzatore, dopo di che, certo, tutto si aggiusta. A maggior ragione si aggiustano le biografie. Ed è cambiato, Fini. Ha cominciato a non farsi riconoscere più parlando la lingua sofisticata di quelli che erano stati i suoi avversari interni. Quando si farà la storia della Destra in Italia verrà fuori tutto un mondo interessante, quello degli antifiniani, quello di Flavia Perina, di Umberto Croppi, di Fabio Granata e di Tomaso Staiti di Cuddia.

Discendevano da radici importanti che erano i Pino Rauti, i Pino Romualdi, i Beppe Niccolai, e che erano tre diversi modi di buttarsi alle spalle il fascismo, quello di Rauti era "lo sfondamento a sinistra", quello di Romualdi era il conservatorismo e quello di Niccolai, invece, era il socialismo tricolore.

Si cambia e Fini, per dire, non poteva accettare uno come Romualdi che, pur essendo stato vicesegretario del Partito fascista a Salò, odiava il nostalgismo. Romualdi, raffinato e cosmopolita, spiegava sempre, non senza quella sua bella parlata predappiese: "Dopo il fascismo, sono i cretini che se ne vanno a fare i fascisti". Fu anche il promotore "dell'idea occidentale", Romualdi.

E Beppe Niccolai, il pisano, predicava un'Italia dove ai missini doveva essere dato il compito di difendere Adriano Sofri dalle accuse di assassinio e dove perfino Piazzale Loreto potesse finalmente trasfigurarsi, nella memoria, in un atto d'amore...

Nulla di tutto ciò era in Gianfranco Fini, scelto da Giorgio Almirante, imposto in luogo di una figura straordinaria qual è Marco Tarchi, destinato a cambiare anche grazie a tutte quelle personalità - Granata, Croppi, Perina, Staiti oggi non più - un tempo irriducibilmente avversarie, quando in quello sfilacciarsi degli anni 70 e poi ancora negli anni 80, Fini restava l'Italiano in Lebole. Ed è cambiato, Fini. E' stato anche un bravo ministro degli Esteri (niente a che vedere con Franco Frattini o, peggio, con l'attuale ministro). Aveva un ruolo alla Farnesina, era calato nella parte, e aveva un ottimo collaboratore, ovvero Salvatore Sottile che non è quello delle donne, suvvia, lo sapete bene. Lui, Salvo, è piuttosto quello che ha pagato un prezzo ingiusto senza mai chiedere di essere ripagato.

Ecco, forse ci ha messo un carico di buona fede, Fini. Lo voglio credere mentre se ne va via con la sua macchina, immagino reduce dalla sua nuova dimora di Val Cannuta. E però devo confessarlo che mi è venuto difficile scrivere questo pezzo perché, insomma, tutto s'è consumato mentre l'ho riconosciuto dietro quel vetro.

E il suo modo di buttarsi alle spalle una storia è stato certo il peggiore di tutti i modi. L'antifascismo non è omeopatia, è un veleno. Altrettanto quanto può esserlo, giusta caricatura berlusconiana, l'anticomunismo. Praticare l'antifascismo oggi è un rinfocolare una guerra civile che gli italiani avevano già conclusa nel 1971, nell'anno della vittoria elettorale del Msi in Sicilia. Avrei voluto dirglielo se fosse durato ancora un minuto il semaforo rosso.

E' cambiato, certo, ma come i parvenu che ragliano al cielo la propria festosa mutazione, continua a cambiare fino a diventare uno scarto di Pier Ferdinando Casini. E ha gettato nel cesso della storia un mondo fatto di almeno tre milioni di italiani. E' riuscito, lui, con le sue cravatte sbagliate, a distruggere un partito - un ambiente, una comunità - che da Bolzano a Trapani aveva superato le persecuzioni, l'ostracismo e l'indifferenza.

L'altra domanda, quella che magari riesco a recapitargli con queste righe, è questa: "Segretario, lo hai fatto un bilancio?". Sicuramente sì, l'avrà fatto. E si sarà detto, sottovoce, di aver perso l'asino con tutte le carrube. Avrà fatto mente locale e capito - una volta per tutte - di non avere la stima e il rispetto di tre milioni scaricati nelle fogne. E si sarà aggiustata, ben annodata al collo, la sua cravatta il cui colore è quello del cane in fuga, bandiera di un'ambizione stritolata.

Pietrangelo Buttafuoco Il Foglio


16 maggio 2012

UE: le menzogne nel 1990, la realtà nel 2012

 

 
1990
 
2012
Entrare in Europa significava:
Ora che siamo entrati in Europa:
- Pagare meno tasse;
- Paghiamo più tasse;
-   Lavorare 36 ore ed essere remunerati per 40;
-     Vogliono farci lavorare 80 ore e retribuirle come se ne facessimo 40;
-   Pagare meno l’assicurazione auto;
-     Le assicurazioni auto sono aumentate del 100%;
-   Allineare tariffe ai paesi europei;
-     Tariffe, servizi e generi di prima necessità sono aumentati, anche del 100%;
-   Allineare gli stipendi e le pensioni al tenore di vita europeo:
-     Stipendi e pensioni sono diminuiti;
-   Maggiori opportunità di lavoro.
-     La disoccupazione è aumentata.
 
Ma, per poterne fare parte bisognava fare un sacrificio: pagare più tasse
 
Ma, per poter continuare a farne parte bisogna fare un sacrificio: pagare più tasse

 
Dopo 12 anni di menzogne, la realtà si presenta molto più amara per gli italiani, solo su un aspetto i nostri governanti sono stati di parola: i sacrifici per i cittadini, sotto la solita odiosa veste di tasse, sempre più pesanti.
Hurricane 53 da Jonathan


15 maggio 2012

Tecnocrazia contro democrazia

 

(…) le elezioni presidenziali in Francia e quelle in Grecia segnalano un’inversione di tendenza: siamo tornati alle nazioni. Come reazione alla politica europea che non è condivisa dai popoli. A Parigi si è votato pour la France e contre l’Allemagne, ad Atene hanno vinto i partiti «no Euro», «no Bruxelles», «no Bce», tutto ciò che era ed è l’Europa (…): c’è una perdita di democrazia, rispetto ai dogmatismi contabili e agli accordi dei governi, i Parlamenti contano sempre meno. Ecco perché le elezioni nazionali hanno avuto come argomenti principali l’Europa e i suoi mali. Ma in quale scenario si sta svolgendo questo dibattito? (…) ci sono almeno quattro parole chiave:
 
1. Lavoro: secondo gli ultimi dati del fondo monetario internazionale nel mondo industrializzato ci sono duecento milioni di uomini e donne in cerca di occupazione. Duecento milioni! Questa è una minaccia, un problema sociale che può sfociare in una guerra sociale.
 
2. Crescita: l’ho sentita evocare spesso nel Parlamento italiano (…). È l’ultimo mantra di una politica che però non riesce a crearla. Sembra di vedere un veliero fantasma galleggiare in un mare morto. E mentre i governi cercano la crescita, la recessione sta distruggendo imprese, posti di lavoro, ma soprattutto speranza. Il fiscal compact che alcuni Parlamenti hanno approvato senza neppure leggerlo e altri non hanno nemmeno discusso ma dato per buono, è contro qualsiasi ipotesi di crescita, anzi è un ammazza-crescita. Verrebbe quasi da sospettare, ma lo facciamo solo per amore dell’analisi di scenario, che la Germania lo difenda così tanto perché in fondo consente ai tedeschi, attraverso il gioco degli spread, di finanziare il proprio sviluppo emettendo debito a bassissimo tasso d’interesse. E scaricando il costo del debito sui Paesi più deboli e che resteranno tali finché non si sarà allentata la morsa fiscale e data loro una possibilità di sviluppo che non vuol dire uscire dal rigore, come si pensa a Berlino, ma aprire le porte a una nuova èra di investimenti.
 
3. Banche: (…) ancora una volta i soldi dei contribuenti vengono utilizzati per salvare chi continua a fare finanza per la finanza, senza mai servire l’economia reale. (…) Per cui siamo al paradosso che le banche che hanno speculato sulla Grecia vanno salvate mentre lo Stato greco può fallire e il suo popolo essere affamato. È questa l’Unione europea che sognavate? È questa l’Europa che volevano costruire Spinelli, Schuman e i padri fondatori? Secondo un rapporto dell’Unicef in Grecia 450 mila bambini sono sulla soglia della fame. È una vergogna (…). Certamente questa non può essere la mia Europa. Risolvere il problema della Grecia qualche anno fa sarebbe costato solo 50 miliardi, ma si è preferito attendere perché la finanza non voleva perdere un euro e il risultato è tutto nella drammaticità di queste ore. La Grecia non ha ancora un governo, in Parlamento sono arrivati i partiti estremisti, Atene rischia di tornare a votare senza risolvere i suoi problemi, il default è un rischio concreto, il ritorno alla dracma per un popolo esasperato è diventato una speranza, e l’Eurozona rischia il break up, la rottura. (…) Lo sanno tutti che i contratti delle grandi corporation ormai prevedono clausole di salvaguardia nel caso in Europa dovesse rompersi l’Eurozona. Gli studi legali internazionali già prendono contromisure, le mettono nero su bianco, preparano la diga in caso del diluvio. E i governi europei che fanno? E il Parlamento che fa contro la cattiva finanza? (…) banche e cattiva finanza questo è il problema, l’origine della crisi che parte nel 2008 con i mutui subprime in America e si propaga come un virus in tutto il mondo. È ora che anche le banche prendano atto che possono fallire, non si salva la finanza che lavora solo per la finanza. (…)
 
4. Democrazia versus Tecnocrazia: è questo il nocciolo del problema occidentale, ma in particolare europeo. La discussione sul funzionamento istituzionale dell’Unione a cui ho assistito dimostra che bisogna ripensare il rapporto tra organi rappresentativi, eletti e soprattutto elettori. (…) l’Italia, è una metafora di questo problema. La tecnocratica way of life italiana è interessante nei suoi esiti (…). La ricetta dettata dalla Bce e da Bruxelles ha dei limiti enormi: quando un Paese in recessione viene sottoposto a una cura fiscale eccessiva - siamo ben oltre il 45% di prelievo - non occorre essere laureato in economia a Princeton per capire che il risultato è quello di produrre ancora più recessione, distruzione di posti di lavoro e turbolenza sociale.
 
E anche in Italia le ultime elezioni hanno confermato la tendenza europea al «no euro», «no Bce» «no Bruxelles». È un fiume carsico pericoloso, perché ripeto, sono tornate le nazioni e invece c’è bisogno di un’Europa che funzioni. Non è possibile vedere uno scenario in cui la France è contre l’Allemagne, Atene brucia e Berlino irride, l’Italia si dibatte in una ricetta suicida e intanto nel mondo circolano trecento trilioni di dollari di titoli derivati, vera spazzatura, senza alcuna copertura fondamentale, una bomba atomica sulla quale siamo seduti, dieci volte la ricchezza mondiale, e nessuno fa niente. (…) dov’è la soluzione per la cattiva finanza? Non la vedo. Ma abbiamo accettato che le banche non possono fallire e gli Stati sì. (…)
 
Mario Sechi il Tempo

 


15 maggio 2012

Ricerca o barbaro sadismo verso gli animali?

Il caso più memorabile di resistenza di un cane, non mi sento di esprimere alcun giudizio, se non che mi vergogno di appartenere al genere umano.

Hurricane 53

A un cane molto grosso e forte venne fatta anzitutto una trasfusione dall'arteria femorale alla vena crurale.
Subito dopo gli volli misurare la velocità sanguigna mediante lo strumento di Ludwig, ma non vi riuscii poiché per sbaglio era penetrato dell'olio nella carotide.

L'animale, che non era narcotizzato, divenne improvvisamente sonnolento, probabilmente in seguito ad embolie formatesi nel cervello.


Allora volli provare l'irritabilità dei fasci nervosi anteriori del midollo spinale. La messa a nudo della colonna vertebrale causò un'emorragia massiccia, a causa della forte muscolatura. Anzitutto recisi il midollo all'altezza della settima vertebra cervicale, poi sollevai una parte del midollo pettorale, staccando i fasci posteriori insieme alla materia grigia; irritai i fasci anteriori, sia elettricamente che meccanicamente: questo tentativo riuscì in pieno.

In seguito separai dal midollo pettorale anche il midollo lombare e lo estrassi dal canale vertebrale. Dopo di che la ferita venne pulita e cucita.

Nello stomaco dell'animale venne immessa acqua fresca. Dopo alcune ore lo stato di sonnolenza ebbe termine e l'animale tentò di muoversi con le estremità anteriori, ma vi riuscì a stento. Bevve acqua con avidità ma rifiutò il cibo. Visse ancora per alcuni giorni, divenne più vivace, si mosse con le zampe posteriori con grande difficoltà, scodinzolò.

Al quarto giorno dopo l'operazione venne ucciso mediante soffocamento, per vedere se un'accumulazione di C02 avrebbe causato crampi nelle estremità posteriori.

Claude Bernard


15 maggio 2012

Le responsabilità di Befera ed Equitalia

Gli scontri fuori dalla sede di Equitalia a Napoli.
Scontri a Napoli fuori dalla sede di Equitalia

Si moltiplicano le proteste contro le sedi di Equitalia, sempre più spesso, purtroppo, in forma violenta. (...) Tutti condannano le violenze, ma tutti (o quasi) riconoscono il disagio e che qualcosa deve cambiare. Nel breve volgere di qualche settimana il dibattito si è spostato dalla spietata caccia all'evasore ai metodi illiberali di Equitalia.

La società si difende: «Irresponsabile scaricare su di noi la colpa di gesti estremi e situazioni drammatiche». E avverte che «il sensazionalismo alimenta la violenza», invitando quindi a «non spettacolarizzare» questi eventi tragici. Purtroppo sono i suicidi stessi, più che i media, a "scaricare" le colpe sul fisco.

La violenza è in ogni caso ingiustificabile, anche perché nel nostro Paese dissenso ed esasperazione si possono esprimere ancora liberamente, civilmente e politicamente. È anzi un dovere farlo in termini politici e nonviolenti. Equitalia non è nemmeno la causa principale dei mali fiscali che ci affliggono, che è politica, e come tale va combattuta politicamente. Una pressione fiscale ormai insopportabile, una normativa per la riscossione vessatoria e una lotta all'evasione condotta con metodi illiberali. Ma si tratta di aberrazioni la cui responsabilità principale risiede nella insaziabile voracità dello stato, quindi nei governi e nel legislatore.

La linea di difesa di Equitalia però non convince del tutto: è vero che i funzionari del fisco sono chiamati a far rispettare le leggi, e che prendersela con loro significa mancare il bersaglio vero, che è lo Stato, ma nemmeno possono lavarsene le mani del tutto, uscirne come meri esecutori di ordini superiori. Sorvoliamo sulla tragedia che richiamano alla mente giustificazioni simili, perché ogni paragone sarebbe obiettivamente improprio e offensivo. Ma il direttore Befera ed Equitalia hanno almeno tre responsabilità. 

1) È stato proprio Befera a "spettacolarizzare" la lotta all'evasione fiscale, a cercare per se stesso e per la sua agenzia una sovraesposizione mediatica, pensando - in autorevole compagnia, per la verità - che la fase storica, cioè la crisi delle finanze pubbliche, fosse particolarmente propizia per cambiare la cultura, la mentalità dei cittadini italiani, i quali avrebbero elevato gli esattori al rango di eroi civici. E allora Agenzia delle entrate ed Equitalia avrebbero goduto della popolarità dell'Fbi di J. Edgar Hoover. Non è andata così (almeno per ora) e nonostante tutta la propaganda governativa e mediatica degli ultimi tempi, gli italiani, a cui gli evasori non sono certo simpatici, si riconoscono nella figura del "tartassato", avvertono come nemico acerrimo il fisco più che l'evasore. 

2) Risulta difficile credere che Befera e i vertici delle agenzie di cui è alla guida non c'entrino nulla con l'architettura repressiva, sul piano giuridico e organizzativo, che si è andata costruendo negli ultimi anni, in collaborazione con ministri dell'economia e delle finanze di qualsiasi colore politico. È noto, anzi, che diversi strumenti normativi sono stati, e vengono tuttora, specificamente richiesti da Befera, la cui opinione di "tecnico" - proprio in ragione dei suoi indiscutibili successi nel recupero dell'evasione - viene da anni tenuta in altissima considerazione dal legislatore. 

3) L'esattore per conto di amministrazioni pubbliche non può non curarsi della legittimità o meno delle somme che richiede, come farebbe qualsiasi picciotto mandato a riscuotere il pizzo. In troppi casi di richieste illegittime (esemplari, le famigerate "cartelle pazze" e gli interessi nelle cartelle esattoriali originate da multe e sanzioni amministrative non pagate, dichiarati dalla Cassazione «maggiorazioni non dovute»), Equitalia fa spallucce. È stato più volte lo stesso Befera a trincerarsi dietro al fatto che a determinare l'entità della somma sono gli enti - centrali o locali - per i quali Equitalia effettua la riscossione. Ebbene, questa pretesa irresponsabilità, che complica enormemente la risoluzione anche dei più banali errori, perché Equitalia rimanda all'ente creditore la contestazione, è odiosa agli occhi dei contribuenti. E giuridicamente infondata, tanto che Equitalia può essere riconosciuta colpevole, al pari dell'ente per il quale agisce, della «responsabilità aggravata» ai sensi dell'articolo 96 c.p.c., la cosiddetta "lite temeraria".

Federico Punzi L'Opinione delle Libertà


15 maggio 2012

Ma questa Agenzia delle Entrate, è poi così efficace?

Attilio Befera, direttore dell’Agenzia delle entrate, consigliere di amministrazione di Equitalia S.p.A., consigliere di amministrazione di Sogei S.p.A.

A detta del Nens (il centro studi presieduto da Vincenzo Visco[1]), ente non proprio libertario, il rapporto tra la maggiore imposta accertata dal fisco e le somme effettivamente riscosse è pari, al lordo dei costi, a circa il 10 per cento. Questa “pretesa erariale”, prima di acquisire il requisito della certezza, dovrà superare il vaglio del contraddittorio fiscale col contribuente ed, eventualmente, l’eventuale contenzioso tributario e superare indenne la fase della riscossione.

Per ogni 10 euro di evasione” che Agenzia entrate e Guardia di finanza dichiarano di aver scovato, solo 1 euro entra nelle casse dello stato. In “computisteria” (si, la materia di II superiore agli Istituti Tecnici Commerciali) riassumerebbe la percentuale di successo nella misura dell’ 1o%.

Detto in altre maniere: non basta elevare verbaloni!

Ma questa Agenzia delle entrate … è poi così “CONVENIENTE” ?

I media riportano che l’evasione è di circa 125 miliardi annui. Di questa evasione, ciò che il fisco “recupera” la cifra “record” di 11,5 miliardi è avvenuta nel 2011… e, và sottolineato, il 40% di ciò che si riscuote non deriva dalla “lotta all’evasione”, bensì in spontanei ravvedimenti e correzioni delle dichiarazioni da parte dei contribuenti.

Quindi il “frutto” di questa lotta ai brutti e sporchi evasori “rende” circa 6 miliardi.

Mmmmh… Agenzia delle entrate, Guardia di finanza ed Equitalia hanno un apparato di 110 mila dipendenti, il cui costo è stato quantificato in 4 miliardi … a cui però và aggiunto il costo di funzionamento (sedi, attrezzature, utenze, ecc.).

 

Una proposta semplice semplice

Perché non cominciare a valutare una operatività contraddistinta da umiltà, competenza e spirito di servizio? Perché non cominciare ad astenersi da eventi multimediali?

La prima cosa che Befera potrebbe fare, da gran signore, sarebbe quella di rimettere il mandato, rectius i mandati da:

- direttore dell’Agenzia delle entrate,

- consigliere di amministrazione di Equitalia S.p.A. ,

- consigliere di amministrazione di Sogei S.p.A. (società mista Agenzia delle entrate / 51% e INPS 49%),

così che il suo compenso di 680 mila euro lordi all’anno possano aggiungersi agli scarsi risultati della sua opera proditoria di non-recupero dell’evasione fiscale! (...)

 

 

 

[1] 2 volte ex Ministro delle finanze, PD, condannato per abusi edilizi commessi a Pantelleria.

rischiocalcolato.it


14 maggio 2012

Medio oriente: guerra santa, contro le donne

 

Nel suo “Vista del minareto in lontananza”, la scomparsa e a lungo misconosciuta scrittrice egiziana Alifa Rifaat inizia il racconto con una donna tanto indifferente al sesso con il marito che, mentre questi si concentra esclusivamente sul proprio piacere, lei si accorge di una ragnatela che deve spazzare dal soffitto e ha il tempo di rimuginare sul reiterato rifiuto del marito di prolungare il rapporto fino a quando anche lei abbia raggiunto l’orgasmo, “apposta per privarla di questo piacere”. Proprio mentre il marito le nega l’orgasmo, la chiamata alla preghiera lo interrompe, e se ne va. Dopo essersi lavata, si perde nella preghiera − tanto più soddisfacente di quello in cui era impegnata prima, che non vede l’ora che arrivi la prossima − e si affaccia sulla strada dal suo balcone. Smette di fantasticare per andare a preparare il caffè che il marito berrà dopo il suo pisolino. Nel portarg! lielo nella camera da letto per versarlo davanti a lui, come di suo gradimento, si accorge che è morto. Dà istruzioni al figlio perché vada a chiamare un dottore. “Tornò in soggiorno e si versò il caffè. Fu sorpresa di quanto fosse calma”, scrive Rifaat.

In tre pagine e mezzo molto asciutte, Rifaat mostra la triade di sesso, morte e religione, il bulldozer che annulla negazioni e atteggiamenti difensivi per toccare il cuore vivo della misoginia in Medio Oriente. Non c’è modo di edulcorare questa realtà. Non ci odiano per la nostra libertà, come sostiene l’ormai stanco cliché americano post 11 settembre. Non abbiamo libertà perché ci odiano, come afferma con così tanta forza questa donna araba.

Si, ci odiano e questo va detto. Qualcuno potrebbe domandare perché risollevo la questione adesso che la regione è in rivolta, non per il consueto odio nei confronti di America e Israele, ma per una comune richiesta di libertà. Dopo tutto, non si dovrebbe pensare a conquistare diritti fondamentali per tutti, prima che le donne chiedano un trattamento speciale? E che cosa hanno a che vedere le questioni di genere o il sesso con la Primavera Araba? Non sto parlando di sesso nascosto negli angoli bui e tra le mura delle camere da letto. Un intero sistema politico ed economico − un sistema che tratta la metà dell’umanità come animali − deve essere distrutto insieme alle altre più evidenti tirannie che pregiudicano il futuro della regione. Fino a quando la nostra rabbia non si estenderà dagli oppressori che occupano i palazzi presidenziali agli oppressori che sono nelle nostre strade e ne! lle nostre case, la nostra rivoluzione non potrà dirsi nemmeno cominciata.

È vero che in tutto il mondo le donne devono affrontare difficoltà, che gli Stati Uniti non hanno ancora eletto un presidente donna, che le donne continuano a essere trattate come oggetti in molti paesi occidentali (vivo in uno di essi). Ecco dove normalmente si va a parare quando si tenta di discutere del perché le società arabe odino le donne.

Ma mettiamo da parte ciò che gli Stati Uniti fanno o non fanno alle donne. Nominatemi un paese arabo e sarò in grado di recitare una litania di abusi alimentati da una miscela tossica di cultura e religione che pochi sembrano disposti o capaci di districare, per timore di esser giudicati blasfemi o offensivi. Quando più del 90% delle donne egiziane sposate − tra cui mia madre e cinque delle sue sei sorelle − hanno subito una mutilazione genitale in nome del pudore, allora senza dubbio tutti dobbiamo diventare blasfemi. Quando le donne egiziane sono sottoposte a umilianti “test della verginità” solo per il fatto di aver parlato a voce alta, non è certo il momento di restare in silenzio. Quando un articolo nel codice penale egiziano dice che se un marito ha picchiato una donna “con buone intenzioni” lei non ha diritto ad alcun risarcimento legale, che la political correctness se ne vada al diavolo. E quali sarebbero, di grazia, “buone intenzioni”? Giuridicamente, comprendono qualsiasi pestaggio “non grave” e non “diretto al viso”. Ciò significa che quando si tratta di condizione femminile in Medio Oriente, la realtà non è meglio di quanto si pensi. Anzi, è molto, molto peggiore. Anche dopo queste “rivoluzioni”, si pensa che tutto vada più o meno bene fintanto che le donne sono coperte, inchiodate nelle loro case, finché si vedono negata la possibilità di guidare le loro auto, finché sono costrette a chiedere il permesso degli uomini per poter viaggiare e sono impossibilitate a sposarsi – o a divorziare − senza l’accordo di un tutore maschio.

Nella top 100 del “Global Gender Gap Report” del World Economic Forum non si trova un solo paese arabo, visto che l’intera regione occupa stabilmente gli ultimi posti della lista. Poveri o ricchi, tutti odiamo le nostre donne. L’Arabia Saudita e lo Yemen, per esempio, saranno a eoni di distanza per quanto riguarda il PIL, ma solo quattro posti li dividono nell’indice suddetto, con il regno saudita alla 131° posizione e lo Yemen alla 135° su 135 paesi. Il Marocco, spesso propagandato per il suo diritto di famiglia “progressista” (un rapporto stilato da “esperti” occidentali nel 2005 lo ha infatti definito “un esempio per i paesi islamici che mirano a integrarsi nella società moderna”), si trova al 129° posto. Secondo il Ministero della Giustizia del Marocco, nel 2010 si sono sposate ben 41,098 ragazze al di sotto dei 18 anni.

È facile capire perché all’ultimo posto troviamo lo Yemen, un paese in cui il 55% delle donne è analfabeta, il 79% non fa parte della forza lavoro, e in un parlamento composto da 301 persone siede una sola donna. Le notizie di casi terribili di ragazzine dodicenni che muoiono di parto possono fare ben poco per arginare il fenomeno del matrimonio di minori in quel paese. Anzi, le manifestazioni a sostegno del matrimonio precoce superano di gran lunga quelle che vi si oppongono, alimentate da dichiarazioni clericali secondo cui chi condanna la pedofilia è un apostata perché il Profeta Maometto, secondo loro, sposò la sua seconda moglie Aisha quando era ancora una bambina.

Ma almeno le donne yemenite possono guidare. Sicuramente questo non risolve i loro problemi, ma perlomeno simboleggia una certa libertà − e in nessun luogo un fatto simbolico del genere ha maggiore eco che in Arabia Saudita, dove il matrimonio precoce è comune e le donne restano minorenni a vita, indipendentemente dalla loro età o dal livello di istruzione. Le donne saudite sono decisamente più numerose dei loro colleghi maschi nei campus universitari, ma sono costrette a guardare uomini molto meno qualificati di loro controllare ogni aspetto della loro vita.

Si, proprio l’Arabia Saudita, il paese in cui una donna sopravvissuta a uno stupro di gruppo è stata condannata alla prigione per aver accettato di salire in macchina con un maschio estraneo alla sua famiglia e per questo ha avuto bisogno di ottenere la grazia da parte del re; l’Arabia Saudita, dove una donna che aveva infranto il divieto di guidare è stata condannata a 10 frustate e, di nuovo, ha dovuto richiedere il perdono regale; l’Arabia Saudita, dove le donne ancora non possono votare o candidarsi alle elezioni, ma è considerato un “progresso” che un regio decreto abbia promesso di concedere loro il diritto di voto per le elezioni locali, poco più che simboliche, previste – fate attenzione – per il 2015. La situazione delle donne in Arabia Saudita è talmente critica che queste paternalistiche pacche sulle spalle sono accolte con gioia, mentre il monarca che le dispensa, il re Abdullah, viene ! salutato come un “riformatore” anche da coloro che dovrebbero comportarsi ben diversamente, come Newsweek, che nel 2010 mise il nome del re fra i primi 11 leader mondiali più rispettabili.

Volete sapere quanto è critica la situazione? La risposta del “riformatore” alle rivoluzioni che stanno spuntando in tutta la regione è stata quella di ammansire il suo popolo con altre elargizioni governative - soprattutto ai fanatici salafiti dai quali la famiglia reale saudita trae legittimità. Il re Abdullah ha 87 anni. Il suo successore, secondo la linea dinastica, sarà il principe Nayef, un uomo uscito dal Medioevo. La sua misoginia e il suo fanatismo faranno sembrare il re Abdullah una sorta di Susan B. Anthony (attivista americana per i diritti delle donne vissuta nel XIX secolo, ndt).  

Allora, perché ci odiano? Il sesso, o meglio l’imene, spiega molto.

“Perché gli estremisti si concentrino sempre sulle donne resta un mistero per me”, ha recentemente affermato il Segretario di Stato statunitense Hillary Clinton. “Ma pare che lo facciano tutti. Non importa in quale paese vivano o quale religione professino.Vogliono controllare le donne”. (Eppure Hillary Clinton rappresenta un’amministrazione che sostiene apertamente molti di quei despoti misogini). I tentativi di controllo da parte di tali regimi derivano spesso dal timore che altrimenti le donne siano a un passo dall’insaziabilità sessuale. Si osservi per esempio il religioso conservatore Yusuf al-Qaradawi, popolare conduttore TV su Al Jazeera, che ha sviluppato una straordinaria passione per le rivoluzioni della Primavera Araba – quando già erano in corso e ne ha compreso la rilevanza − fermamente convinto che avrebbero eliminato i tiranni che a lungo avevano tormentato sia lui! che il movimento dei Fratelli Musulmani da cui lui è spuntato.

Potrei citare molte affermazioni sulla Donna Insaziabile Tentatrice, ma preferisco rimanere nel mainstream con Qaradawi, che influisce su un enorme pubblico, non solo televisivo. Anche se sostiene che le mutilazioni genitali femminili (che lui chiama “circoncisioni”, un eufemismo che cerca di porre la pratica sullo stesso piano della circoncisione maschile) non sono “obbligatorie”, in uno dei suoi libri si trova questa impagabile osservazione: “io personalmente sono a favore di questa pratica, date le attuali circostanze del mondo moderno. Chiunque ritenga che la circoncisione sia il modo migliore per proteggere le proprie figlie dovrebbe farlo”, ha scritto, aggiungendo: “l’opinione moderata è favorevole a praticare la circoncisione per ridurre le tentazioni”. Così, anche tra i “moderati”, i genitali delle ragazze vengono mutilati per assicurarsi che il loro desiderio ! venga stroncato sul nascere. Intanto, Qaradawi ha emesso una fatwa contro le mutilazioni genitali femminili, ma non sorprende che, quando l’Egitto ha vietato la pratica nel 2008, alcuni esponenti dei Fratelli Musulmani si siano opposti. E alcuni ancora lo stanno facendo − compresa una parlamentare di primo piano come al-Azza Garf.

Eppure sono gli uomini che non riescono a controllarsi per le strade, dove − dal Marocco allo Yemen − le molestie sessuali sono endemiche ed è per il bene degli uomini che tante donne sono costrette a coprirsi. Il Cairo ha un vagone della metropolitana per sole donne per proteggerci dalle mani “vaganti” e da comportamenti ancora peggiori; in Arabia Saudita esistono innumerevoli viali solo per famiglie, a cui uomini soli non hanno accesso a meno che non dimostrino di dover accompagnare una donna.

Spesso sentiamo come le economie mal funzionanti del Medio Oriente precludano a molti uomini la possibilità di sposarsi, e alcuni usano addirittura questo dato per spiegare i livelli crescenti di molestie sessuali per le strade. In un sondaggio del 2008 del Centro Egiziano per i Diritti della Donna, oltre l’80% delle donne egiziane ha detto di aver subito molestie sessuali e più del 60% degli uomini ha ammesso di aver molestato delle donne. Eppure non abbiamo mai sentito parlare di quali siano gli effetti di un matrimonio tardivo sulle donne. Le donne hanno pulsioni sessuali o no? A quanto pare, la “giuria araba” ancora non conosce le basi della biologia umana.

Entrate nel clima della chiamata alla preghiera e nello stato di sublimazione attraverso la religione descritti così brillantemente da Rifaat nel suo racconto. I chierici di regime tengono a bada i poveri di tutta la regione con la promessa che otterranno giustizia − e vergini nubili − nell’aldilà piuttosto che fare i conti con la corruzione e il nepotismo del dittatore in questa vita. Così le donne sono messe a tacere dal micidiale insieme di uomini che non solo le odiano, ma hanno anche la ferma pretesa di avere Dio dalla loro parte.

Torno ancora una volta all’Arabia Saudita, non solo perché quando ho conosciuto il paese all’età di 15 anni ne sono stata tanto scioccata da divenire femminista − non c'è altro modo per spiegarlo − ma perché il Regno è sfrontato nella sua fede in un Dio misogino, e non ne paga le conseguenze grazie al doppio vantaggio di avere giacimenti di petrolio e i due luoghi più sacri per l’islam, La Mecca e Medina. Negli anni ‘80 e ’90, così come ora, i religiosi che parlavano alla TV saudita erano ossessionati dalle donne e dai loro orifizi, e specialmente da quello che può uscirne. Non dimenticherò mai di aver sentito affermare che se un bambino ha urinato su di voi, potete continuare a pregare con gli stessi abiti, ma se è una bambina a farlo, in quel caso ci si deve cambiare. “In che modo l’urina di una bimba può rendere impuri?” mi ! chiedevo.

Odio per le donne.

Quanto odia le donne l’Arabia Saudita? Tanto che 15 ragazze sono morte in un incendio in una scuola a La Mecca nel 2002, dopo che la “polizia morale” aveva impedito loro di fuggire dal palazzo in fiamme − e trattenuto i vigili del fuoco dal salvarle − perché le ragazze non indossavano il velo e l’abbigliamento richiesti in pubblico. E non è successo niente. Nessuno è stato messo sotto processo. I genitori sono stati messi a tacere. L’unica concessione di fronte a tale orrore fu che l’educazione delle ragazze venne sottratta dall’allora principe ereditario Abdullah ai fanatici salafiti, che sono però riusciti a mantenere la loro influenza sul sistema scolastico del regno.

Questo, tuttavia, non è un fenomeno esclusivamente saudita, non si tratta di un’odiosa particolarità limitata al ricco e isolato deserto. L’odio islamista per le donne è diffuso in tutta la regione, oggi più che mai.

In Kuwait, dove per anni gli islamisti si sono opposti all’emancipazione femminile, sono riusciti a cacciare le quattro donne che erano finalmente entrate in parlamento, e a esigere che le due che non coprivano i capelli con il foulard indossassero l’hijab. Quando il parlamento kuwaitiano fu sciolto lo scorso dicembre, un parlamentare islamista chiese che la nuova assemblea – ormai priva di legislatori di sesso femminile – discutesse la sua proposta di legge sull’ “abbigliamento decente”.

In Tunisia, a lungo considerata un campione di tolleranza nella regione, le donne hanno tirato un sospiro di sollievo lo scorso autunno, quando il partito islamista Ennahda si è aggiudicato la maggioranza dei voti nell’Assemblea Costituente del paese. I leader del partito hanno promesso di rispettare il codice tunisino del 1956 sulla libertà della persona, che afferma “il principio della parità tra uomini e donne” in quanto cittadini, e vieta la poligamia. Ma professoresse e studentesse universitarie hanno denunciato aggressioni e intimidazioni da parte degli islamisti per non aver indossato l’hijab, e molte attiviste per i diritti delle donne si chiedono come la sharia potrà influenzare le leggi sotto cui vivranno nella Tunisia post-rivoluzionaria.

In Libia la prima cosa che il capo del governo ad interim, Mustafa Abdel Jalil, ha promesso di fare è abolire le ultime restrizioni del tiranno libico sulla poligamia. Affinché non pensiate che Muammar al-Gheddafi fosse una sorta di femminista, ricordo che sotto il suo governo ragazze e donne sopravvissute ad aggressioni sessuali o sospettate di “crimini morali” venivano rinchiuse in “centri di riabilitazione sociale”, vere e proprie prigioni dalle quali non potevano uscire a meno che un uomo accettasse di sposarle, oppure le famiglie venissero a riprendersele.

Poi c’è l’Egitto dove, meno di un mese dopo le dimissioni del presidente Hosni Mubarak, la giunta militare che lo ha sostituito, ufficialmente per “proteggere la rivoluzione”, ci ha inavvertitamente ricordato le rivoluzioni di cui noi donne abbiamo bisogno. Dopo aver svuotato piazza Tahrir dai manifestanti, i militari hanno trattenuto decine di attivisti maschi e femmine. I tiranni opprimono, picchiano e torturano tutti, si sa. Ma questi ufficiali hanno riservato dei “test di verginità” alle attiviste femmine: veri e propri stupri camuffati da visite mediche, con un dottore che inseriva le dita nella vagina in cerca dell’imene. (Il medico è stato denunciato e, infine, assolto a marzo.)

Che speranza ci può essere per le donne nel nuovo parlamento egiziano, dominato com’è da uomini fermi al XI secolo? Un quarto dei seggi parlamentari è ora detenuto dai salafiti, che credono che conformarsi alla vita del profeta Maometto sia una ricetta appropriata alla vita moderna. Lo scorso autunno, quando ha messo in campo delle donne, il partito salafita egiziano al-Nur ha coperto con un fiore i volti delle sue candidate. Le donne non devono essere viste né sentite − anche le loro voci rappresentano una tentazione − quindi nel parlamento egiziano sono coperte di nero dalla testa ai piedi e non possono proferire verbo.

E siamo nel bel mezzo di una rivoluzione in Egitto! Una rivoluzione in cui donne sono morte, sono state picchiate, colpite da spari e sessualmente aggredite mentre combattevano al fianco degli uomini per liberare il nostro paese dal Patriarca per antonomasia − Mubarak − mentre tanti altri piccoli patriarchi continuano a opprimerci. I Fratelli Musulmani, che detengono quasi la metà dei seggi nel nostro nuovo parlamento rivoluzionario, non credono che una donna (o un cristiano) possa diventare presidente. La donna che dirige il “comitato delle donne” del partito politico della Fratellanza ha detto di recente che le donne non dovrebbero marciare e protestare perché è più “dignitoso” lasciare che i loro mariti e fratelli lo facciano anche per loro.

L’odio nei confronti delle donne è radicato nella società egiziana. Quelle di noi che hanno marciato e protestato si sono dovute muovere su un campo minato di violenze sessuali sia da parte del regime e dei suoi lacchè che, purtroppo, a volte da parte dei nostri stessi compagni rivoluzionari. In un giorno di novembre sono stata violentata in via Mohamed Mahmoud, vicino a piazza Tahrir, da almeno quattro poliziotti antisommossa egiziani ed ero già stata molestata da un uomo nella piazza stessa. Mentre siamo ansiosi di rendere note le violenze da parte del regime, quando invece siamo violate dai nostri concittadini civili supponiamo immediatamente che si tratti di agenti del regime o di teppisti, perché non vogliamo contaminare la rivoluzione.

Quindi, che cosa si deve fare?

Per prima cosa smettere di fingere. Chiamare l’odio col suo nome. Resistere al relativismo culturale e tenere presente che anche in paesi che stanno attraversando fasi rivoluzionarie o sono scossi da rivolte, le donne restano la merce di scambio più economica. Al resto del mondo verrà detto che è proprio della nostra “cultura” e della nostra “religione” fare x, y o z alle donne. Tenete presente che non sono mai state le donne a stabilirlo. Le rivolte arabe possono esser state innescate da un uomo arabo − Mohamed Bouazizi, il venditore ambulante tunisino che si è dato fuoco per la disperazione − ma verranno portate a termine dalle donne arabe. Amina Filali − ragazza marocchina di 16 anni che ha ingerito del veleno dopo essere stata costretta a sposare l’uomo che l’aveva violentata e picchiata − è il nostro Bouazizi. Salwa el-Hussein! i, la prima donna egiziana che si è pronunciata contro i “test di verginità”; Samira Ibrahim, la prima a denunciarli in tribunale e Rasha Abdel Rahman, che ha testimoniato al suo fianco, sono i nostri Bouazizi. Non dobbiamo aspettare che muoiano perché lo diventino. Manal al-Sharif, che ha trascorso nove giorni in carcere per aver infranto il divieto di guidare, è il Bouazizi dell’Arabia Saudita. Rappresenta una forza rivoluzionaria, anche se composta da una sola donna, che si scaglia contro un oceano di misoginia.

Le nostre rivoluzioni politiche non avranno successo se non saranno accompagnate da rivoluzioni del pensiero: rivoluzioni sociali, sessuali e culturali che consentano di rovesciare i Mubarak nella nostra mente, così come nelle nostre camere da letto.

“Sapete perché ci hanno sottoposto ai test di verginità?” Ibrahim mi ha chiesto subito dopo che avevamo passato ore a marciare insieme al Cairo per la Giornata internazionale della donna, l’8 marzo. “Vogliono ridurci al silenzio, vogliono ricacciare le donne nelle loro case. Ma non ce ne andremo da nessuna parte.”

Siamo più del nostro foulard e del nostro imene. Ascoltate quelle tra noi che stanno lottando. Diffondete le voci che provengono da questa regione e ficcate il dito in un occhio all’odio. C’è stato un tempo in cui essere islamista costituiva la posizione politica più vulnerabile in Egitto e in Tunisia.  Sappiate che ora la condizione più critica è data dall’essere donna. Come è sempre stato.

Traduzione di un articolo di Mona Eltahawy Fondazione CDF


14 maggio 2012

Autorete: Khamenei vittima della sua censura?!

 

 

 

Quando si dice legge del contrappasso: ad essere vittima della censura su internet in Iran è niente meno che lo stesso ayatollah Ali Khamenei, guida suprema della Repubblica islamica. La notizia riportata dal sito Tabnak rasenta il paradossale se si considera che è stato proprio Khamenei uno dei più strenui sostenitori del sistema di filtraggio dei siti web messo in atto dal regime iraniano.

La fatwa con cui Khamenei si sarebbe pronunciato sull’illegalità, secondo la sha’aria dei sistemi di antifiltraggio che consentono di aggirare il blocco dei siti “blasfemi”, è rimasta incagliata nelle maglie della stessa censura. Contenendo la parola “antifiltering”, una delle espressioni proibite e automaticamente filtrate dal sistema di sicurezza, il comunicato ufficiale di Khamenei è stato bloccato. Così gli iraniani non hanno potuto leggere la sentenza della Guida Suprema se non utilizzando i sistemi “antifiltraggio”. Raggiunto dai giornalisti dell’agenzia di stampa semiufficiale Mehr, Khamenei ha detto: “In generale l’uso di software di “antifiltering” è soggetto alle leggi e ai regolamenti della Repubblica islamica e non è permesso violare la legge”.

Ma come funzionano i software antifiltraggio? Si tratta di sistemi che, appoggiandosi a piattaforme telematiche esterne al territorio sotto censura, riescono ad aggirare i blocchi consentendo agli utenti di visualizzare siti altrimenti oscurati. In Iran utilizzare questi escamotage è considerato reato dallo scorso ottobre. Lo ha stabilito il ministro delle telecomunicazioniReza Taghipour.

Ora sono in molti ad interrogarsi sulle contraddizioni di un sistema di censura così intransigente. Il sito d’ispirazione conservatrice Tabnak scrive: “Il filtraggio di un ordine (religioso) è talmente riprovevole per il braccio esecutivo da poter rimettere in questione l’intera filosofia del filtraggio”.

blitzquotidiano.it


14 maggio 2012

Gli italiani - e le italiane - lo fanno meglio

La crisi nel nostro Paese colpisce duro in molti settori, ma per fortuna non sotto le lenzuola: in Europa i nostri connazionali non conoscono rivali nell'alcova secondo il 20% delle donne del vecchio continente e sono i più apprezzati in assoluto. Ma anche le italiane si difendono: sono le più desiderate d'Europa, e sconfiggono, quanto a sex appeal le loro colleghe scandinave e perfino le brasiliane.  

Sono questi i risultati di un sondaggio realizzato da C-Date, sito specializzato in dating online. La classifica è stata compilata analizzando le risposte di un campione di 5.670 europei di età compresa fra i 25 e i 60 anni su numerosi temi legati alla sfera erotica. I dati non hanno lasciato dubbi: il rating degli italiani a letto si aggiudica la tripla A, sia tra gli uomini che tra le donne. Alla domanda "Secondo lei chi ha più successo fra le lenzuola?" la risposta è stata la stessa, dalla Germania al Belgio, dall'Austria alla Norvegia: gli italiani sono i migliori. I maschi di altra nazionalità hanno tagliato il traguardo a notevole distanza: francesi e spagnoli sono a pari merito al secondo posto con il 12% delle preferenze, seguiti da svedesi e tedeschi, con il 7%; ancora più indietro norvegesi e olandesi (4%), austriaci (3%), per concludere con svizzeri e belgi, che hanno solo il 2% delle preferenze. Insomma, il maschio nostrano, che negli ultimi tempi è stato messo sotto accusa tante volte, vede finalmente riconosciuti i suoi meriti. Ma anche le donne tricolori hanno la loro bella soddisfazione:  sono in vetta alla classifica delle fantasie amorose internazionali come le più brave d'Europa a fare l'amore. 
 
Le nostre connazionali dominano con un clamoroso 25% la top ten delle più desiderate d'Europa seguite da spagnole (13% delle preferenze), francesi (12%), tedesche (6%), svedesi (6%), norvegesi (4%), austriache (3,5%), olandesi (3%), svizzere (2,5%) e belghe (2%). Qual è il segreto di questo successo? Per quanto riguarda i maschi, probabilmente gli italiani beneficiano ancora della fama del savoir faire latino, mentre per quanto riguarda le donne, il merito è anche della femminilità delle nostre icone internazionali di bellezza, a partire da Monica Bellucci e Carla Bruni. 
 
La ricerca mette in luce un altro dato inaspettato sui comportamenti erotici degli italiani: con l'aumento dell'età gli uomini fanno sempre più ricorso all'immaginazione per arricchire le fantasie erotiche. Se tra i 18 e i 29 anni, nel 42,5% dei casi, i ragazzi ammettono di popolare il proprio immaginario erotico con modelle e attrici hollywoodiane, o di ricorrere a video espliciti, quando si arriva tra i 40 e i 50 l'erotismo viaggia sempre di più sulle ali della fantasia (50%).  

Tgcom 24


14 maggio 2012

Equitalia pignora le pensioni

Dalla dichiarazione di Attilio Befera nel corso dell'incontro con il presidente della regione liguria: "Non siamo noi i cattivi".  "Abbiamo ricevuto 270 episodi di intimidazione dal luglio scorso. Facciamo il possibile per venire incontro alla gente, ma dobbiamo applicare le leggi. (...) Stiamo soffrendo anche noi. La situazione è drammatica, ma siamo pronti a dare la nostra massima collaborazione". (Repubblica 9 maggio 2012). Queste ciò che uno dei massimi esponenti dirigenti di Equitalia dichiara in pubblico, di seguito il fatto ... c'è da essere molto, ma molto sconcertati

Hurricane 53

I recenti episodi di Napoli: poliziotti in tenuta antissommossa affrontano i cittadini - inermi - che dimostrano davanti ad una sede di Equitalia

(...) quelli di Equitalia ne hanno pensata un’altra e stavolta è davvero geniale: pignorare (ai sensi dell’art. 72 bis del D.P.R .n 602/73) direttamente le ... pensioni e gli stipendi congelando i conti correnti dei cittadini morosi. Sta accadendo in queste ore a Catanzaro dove la società di riscossione sta procedendo all’espropriazione delle somme depositate in banca, anche di quelle accreditate a titolo di pensioni e assegni sociali al minimo erogati dall’ Inps. Insomma, con questa operazione Equitalia nega l’unica forma di sostentamento a molti anziani e a molte famiglie cadute disgraziatamente nel vortice della morosità a causa dell’eccessivo accanimento fiscale del governo (e di conseguenza degli enti locali) sulle categorie più deboli.

A nulla è valsa la protesta dei pensionati che hanno informato la società che le pensioni erogate rappresentano l’unico mezzo di sostentamento per i propri nuclei familiari. “La particolarità della vicenda - denuncia l’Associazione Codici che sta seguendo il caso - sta nel fatto che né l’Agente della riscossione né le banche hanno inteso disporre lo svincolo delle somme canalizzate a titolo di pensione (spesso sociale) malgrado la disperata e reiterata richiesta degli interessati che, proprio a causa di tale indisponibilità, non sono neanche nelle condizioni di poter fare fronte alle spese legali per adire l’ autorità giudiziaria non ricorrendo le condizioni per l’ assistenza con il gratuito patrocinio a causa del reddito da pensione percepito l’anno precedente”.

L’associazione Codici ha aperto uno sportello per seguire i casi di pignoramento di pensioni e stipendi

Violapost Blognews


14 maggio 2012

Perché i governanti accettano il quarto reich di Angela Merkel?

La Germania di Angela Merkel sta diventando un cappio al collo di tutti i paesi europei strozzati dal debito pubblico: Grecia, Spagna, Francia e Italia soffocano e invocano crescita e investimenti, ma trovano di fronte a loro un cancelliere di ferro con le fattezze di Angela Merkel che continua a ripetere "nein".

Pur capendo le ragioni di una Germania che non vuole pagare gli sperperi altrui, è anche giusto che si dica che è ora di finirla con una posizione che sembra alquanto pretestuosa, perché mentre gli altri paesi , noi compresi- boccheggiamo, la Germania riceve fiumi di euro dagli operatori del resto d’Europa che cercano un impiego sicuro, anche se non molto redditizio, e così i tedeschi, possono rinnovare il loro debito emettendo titoli di stato ad un basso tasso di interesse, creando difficoltà insopportabili a italiani, spagnoli e francesi che pagano un interesse doppio per la stesso tipo di operazioni.
 
E così la Germania cresce (in gran parte per merito suo, ma anche perché gli altri sprofondano): il suo Pil cresce, non ci sono problemi di disoccupazione, i titoli di Stato vanno via a tassi minimi.
 
Nel frattempo, Berlino continua - non si sa fino a che punto in buona fede – a dare generici consigli di virtù finanziaria al resto dell’Europa, costringendo con le buone o con le cattive i paesi membri ad attuare delle generiche riforme, per rafforzare le loro economie, ben sapendo che queste operazioni, per essere realizzate ed entrare a regime, richiedono necessariamente nel frattempo la situazione si fa sempre più disperata a pressante sul versante del disagio sociale e della debolezza economica.
 
Accettare supinamente i diktact di Berlino ed alimentare il benessere tedesco, affondando le nostre economie, senza prendere di provvedimenti per regolare i rapporti all’interno dell’euro e per arginare l’intollerante posizione della Germania, lascia aperte a due ipotesi: o i nostri governanti sono dei pazzi irresponsabili, o ci sono delle “convenienze” che li spingono a operare in questo senso, senza curarsi dei loro concittadini. Attendiamo delle risposte, perché la situazione per un'ampia parte degli sventurati cittadini europei, che senza mai essere stati consultati si trovano in questo baraccone, è davvero insostenibile.
 
Hurricane 53 tratto e rielaborato da Affaritaliani e La Stampa


13 maggio 2012

La strategia della Gran Bretagna

Alla vigilia della seconda guerra mondiale la Gran Bretagna controllava circa un quarto della superficie terrestre e governava un quinto della popolazione. A soli 50 anni di distanza, i suoi confini si limitano alle isole britanniche e a pochi altri territori di scarso  rilievo.

L’ascesa della Gran Bretagna a ruolo di superpotenza mondiale  nel XIX secolo  fu senz’altro favorito da Napoleone,  che nella prima fase del suo regno sconfisse tutte le flotte navali capaci di contrastare la potenza inglese.

Poi con la vittoria di Trafalgar (1805) Londra eliminò l’unico forte rivale europeo rimasto – la Francia  stessa – diventando potenza egemone del Nord Atlantico. Il caos in cui precipitò l’Europa con le guerre napoleoniche offrì alla Gran Bretagna un’opportunità unica di  espansione indisturbata sui mari.

In piena Rivoluzione Industriale, l’Inghilterra importò grandi quantità di materie prime dalle colonie, costellando le rotte commerciali di porti per lo stoccaggio delle merci. L’egemonia  inglese si estese in tutto  il pianeta. L’impero inglese, come l’impero romano nell’antichità, fu un impero commerciale: Londra integrava gli sconfitti all’interno della propria rete commerciale,  con beneficio  delle popolazioni sottomesse, che in più occasioni parteciparono alla difesa dell’impero pur di non perdere la posizione economica privilegiata ormai raggiunta.

 

La decadenza inglese

 

 

 

Alla fine del 1800 due fattori contribuirono ad alterare gli equilibri mondiali:

1) l’unificazione tedesca (1871) stravolse gli equilibri europei: la Germania divenne la potenza industriale più forte del vecchio continente ed entrò in competizione con la Gran Bretagna;

2) gli USA, sviluppatisi rapidamente grazie ai capitali inglesi, raggiunsero un alto livello di industrializzazione che gli permise di dotarsi della marina militare più forte del mondo – superiore anche a quella inglese.

Ma furono le due guerre mondiali a mettere la parola ‘fine’ al vecchio ordine mondiale: la Gran Bretagna, duramente provata dal conflitto, perse a poco a poco il controllo su tutte le colonie oltreoceano.

I rapporti con gli USA e con l’Europa

Nel 1956 il leader egiziano Nasser nazionalizzò il canale di Suez, per il 44% di proprietà inglese, provocando una dura reazione di Londra, che attaccò l’Egitto coalizzandosi con Francia e Israele.

Gli USA, che avevano duramente criticato l’invasione dell’Ungheria da parte dell’URSS, si opposero all’intervento inglese e imposero il cessate il fuoco alla Gran Bretagna,  minacciando di vendere tutte le riserve che detenevano in sterline,  facendone crollare il valore. A questo punto Londra non ebbe scelta e accettò le decisioni degli USA rinunciando ad ogni ambizione imperiale. 

Da allora la Gran Bretagna adottò la cosiddetta ‘strategia del luogotenente’: consapevole di non avere la forza militare degli USA, si limitò a svolgere il ruolo di ‘vice’, mantenendo comunque un esercito forte che prese parte a tutte le missioni militari statunitensi per continuare a svolgere un ruolo preminente nel panorama internazionale e influenzare la politica  dell’alleato. Gli USA hanno spesso aiutato gli Inglesi, ad esempio fornendo informazioni di intelligence sui terroristi dell’Ulster e appoggiandoli durante la guerra delle Falkland (o isole Malvinas) nel 1982.

Orbitando nella sfera di influenza USA, la Gran Bretagna rischiava di perdere la propria libertà d’azione e di trasformarsi de facto nel 51° stato americano – come temeva la Francia di de Gaulle, che fece di tutto per tenere Londra fuori dalla CEE  al fine di contrastare l’ingerenza americana negli affari europei. Londra negli ultimi decenni  si è sempre tenuta in equilibrio fra l’Europa e gli USA, partecipando  marginalmente alla costruzione dell’Unione Europea  e rifiutando di entrare nell’eurozona. 

 

 

I vantaggi della strategia inglese

 

 

La Gran Bretagna ora temporeggia in attesa dei cambiamenti, senza schierarsi apertamente. È la strategia più congeniale per la sua posizione geografica:

·      nel caso in cui l’UE andasse in frantumi, la Gran Bretagna potrebbe sfruttarne le divisioni a proprio vantaggio e legarsi maggiormente agli USA;

·      nel caso di declino degli USA, potrebbe invece avvicinarsi all’Europa rinunciando – almeno in parte – alla relazione privilegiata con gli USA;

·      nel caso in cui sia gli USA sia l’UE cadessero in grande crisi, potrebbe pur sempre ritagliarsi uno spazio nel panorama internazionale, in completa autonomia.

Il temporeggiare e mantenersi in equilibrio ha sempre permesso all’Inghilterra di mantenere la propria autonomia e di adattarsi alle diverse situazioni, influenzando gli eventi a proprio vantaggio. Non v’è ragione che Londra cambi rotta proprio ora.

Fondazione CDF


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permalink | inviato da Hurricane_53 il 13/5/2012 alle 21:0 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa


13 maggio 2012

Hiv, dagli Usa un farmaco per prevenire l'infezione

 

Potrebbe essere presto disponibile una pillola per prevenire l'infezione da Hiv in soggetti sani a rischio, come omosessuali o partner di persone sieropositive. Un panel di esperti Usa della Commissione 'Antiviral drugs' dell'ente statunitense per la regolamentazione dei farmaci (Fda) ha infatti votato a favore dell'approvazione del farmaco, come rende noto l'azienda produttrice, e la decisione definitiva della Fda è attesa per la metà di giugno.

Il farmaco - si tratta del Truvada, prodotto dalla compagnia californiana Gilead Sciences - è già in uso per il trattamento dell'Hiv, ma non per la sua prevenzione. I principi attivi del medicinale, l'emcitrabina e il tenofovir disoproxil, sono infatti utilizzati già da tempo per tenere sotto controllo l'infezione ed evitare la comparsa dei sintomi dell'Aids. Secondo l'Fda, assumere ogni giorno una pillola contenente entrambe le molecole potrebbe risparmiare ai pazienti “un'infezione che comporta una malattia grave e rischiosa per la vita che richiede cure per tutta la vita”.

Una ricerca pubblicata nel 2010 ha dimostrato, perla prima volta, che questo medicinale può prevenire l'infezione nei soggetti a rischio. In seguito, uno studio durato 3 anni ha dimostrato che l'assunzione quotidiana del farmaco, abbinata all'uso del preservativo e al sostegno psicologico, riduce del 44% il rischio di infezione sia negli uomini omosessuali, sia nei bisessuali. Secondo un'ulteriore ricerca, negli eterosessuali i contagi vengono ridotti addirittura del 75%.

Il team di esperti ha sottolineato che per ottenere la protezione desiderata l'adesione dei pazienti alla terapia deve essere accurata. “Se una persona non prende il medicinale tutti i giorni non sarà protetto”, spiega Rodney Wright, direttore dei programmi contro l'Hiv del Montefiore Medical Center di New York (Usa). Non solo, secondo alcuni ricercatori le donne potrebbero aver bisogno di dosi di farmaco superiori per riuscire a prevenire l'infezione.

La Voce d'Italia


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