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28 gennaio 2012
Il mistero del video dei cecchini iraniani fatti prigionieri in Siria
“No, sono 5 ingegneri rapiti”. I due generali che a Damasco e Teheran organizzano la repressione armata
http://www.youtube.com/watch?v=uL4Qb7CiGqY&feature=player_embedded
Parlano in lingua farsi, quando indicano la data del giorno usano il calendario giusto, quello persiano prescritto dal sultano Jalal, hanno in mano tesserini iraniani. Giovedì sera è sembrato che fosse saltato il segreto del medio oriente meglio custodito negli ultimi dieci mesi – l’arrivo e la presenza di truppe dell’Iran in Siria per aiutare il governo di Damasco a reprimere con la violenza delle armi la ribellione. Un video su Internet mostra cinque uomini che confessano di essere cecchini, appartenenti alle Guardie della rivoluzione, mandati in Siria con il compito di sparare nelle strade della città in rivolta di Homs, c’è pure un fucile di precisione Dragunov di fabbricazione russa appoggiato tra loro e senza caricatore al muro.
Il giornalista Josh Shahryar provvede a una trascrizione veloce: “Io e la mia squadra siamo entrati in Siria, io a metà ottobre e gli altri in date diverse, abbiamo aiutato l’intelligence siriana a sopprimere i civili e a sparare contro di loro, ne abbiamo uccisi molti, compresi donne e bambini. Abbiamo ricevuto i nostri ordini direttamente dai servizi segreti dell’aviazione di Homs. La richiesta di agire è arrivata dall’ayatollah Khamenei”. Da Teheran l’agenzia Mehr risponde che i cinque non sono cecchini, ma sarebbero ingegneri iraniani rapiti nei paraggi di Homs a dicembre e ora costretti a una messinscena. Non è la prima volta che riappaiono: all’inizio di gennaio il settimanale francese Paris Match ha pubblicato una loro foto a doppia pagina nelle mani di uno di quei gruppi composti di volontari e di militari disertori che ora combattono una guerriglia esausta contro l’esercito regolare. Nel paginone i cinque erano indicati come “cecchini”. Ora il sito del Time dedica una pagina alla questione: sono cecchini o ingegneri?
Fin dal primo mese di proteste c’è il sospetto che gli alleati del presidente Bashar el Assad in Libano e in Iran abbiano mandato uomini e soldati ad aiutare materialmente l’opera di repressione armata e durissima contro le manifestazioni – ieri ci sono stati quaranta morti. L’alleanza è forte per ragioni strategiche. Simul stabunt vel simul cadent, come dice il brocardo latino usato in diritto, assieme staranno in piedi e assieme cadranno. A Teheran vorrebbero che a Damasco non cambiasse nulla, e così la pensano anche nella zona sud di Beirut, capitale non ufficiale del movimento Hezbollah.
Due settimane fa, Assad ha voluto ostentare confidenza con la situazione nella capitale, del resto è stato lui a vantarsi sul numero di Vogue America nel marzo scorso di girare per la capitale guidando da solo la propria auto, senza sicurezza, come un premier scandinavo; così si è offerto alla piazza centrale di Damasco colma di sostenitori per tre minuti. Il giornale panarabo Asharq al Awsat sostiene che molti di essi fossero libanesi fidati, uomini di Hezbollah, trasportati apposta a Damasco con torpedoni. I militari israeliani fanno notare che nei video della repressione girati nelle strade ci sono – a volte – uomini barbuti, e non possono che essere sciiti libanesi o iraniani, perché ai soldati regolari siriani è fatto divieto di farsi crescere la barba, è una cosa che tradirebbe troppo fervore religioso e non sarebbe vista di buon occhio dal partito Baath.
Il dettaglio interessante nel video è la confessione del legame tra iraniani e servizi segreti dell’aviazione, l’Idarat al-Mukhabarat al Jawiyya. In realtà nella struttura della repressione della Siria, composta da quattro direttorati, quello dell’aviazione è il più piccolo ma più potente. Il padre di Bashar, Hafez, da comandante delle forze aeree, aveva creato il servizio con i suoi uomini più fidati e il suo ruolo più che con l’aviazione ha a che fare con la repressione contro la Fratellanza musulmana. Gli agenti lavorano spesso nelle ambasciate e negli uffici all’estero della compagnia di bandiera siriana. Ora è sotto la guida del generale Jamil Hasan, di fede alawita, colpito dalle sanzioni americane ed europee per il ruolo brutale che ha nella repressione delle proteste (le sanzioni restringono viaggi e conti all’estero).
Il suo interlocutore dall’Iran è Qassim Suleimani, il capo delle operazioni esterne dei pasdaran, il Keiser Söze del medio oriente – è la definizione datagli dagli americani, con riferimento al machiavellico cattivo impersonato da Kevin Spacey nel film “I soliti sospetti”. Suleimani sta facendo la spola tra Teheran e Damasco, dove si è recato anche questo mese, e per questo è finito anche lui – che è iraniano – nell’elenco delle persone colpite dalle sanzioni.
Daniele Raineri Il Foglio
28 gennaio 2012
Attaccato il sito dell'Europarlamento

Ieri l'accesso al sito del Parlamento europeo e' stato bloccato per alcune ore. Secondo i tecnici informatici dell'Europarlamento l'azione sarebbe riconducibile ad Anonymous, sigla che indica il collettivo di hackers che si batte per la liberta' della Rete. Il portavoce del Parlamento europeo non ha confermato ne' smentito l'ipotesi ritenendola comunque ''probabile''. ''Il sito - ha detto Jaume Duch - e' stato attaccato con una domanda massiccia di richieste. Gli hacker non sono entrati nella rete interne, che ha continuato a funzionare normalmente'' Sulla sua pagina Facebook, Anonymous aveva lanciato un appello ''ad azioni mirate contro la Commissione europea ed il Consiglio europeo'' per aver firmato oggi a Tokyo l'accordo mondiale anti-contraffazione e anti-pirateria Acta.
Il Parlamento europeo deve ancora esprimersi sulla opportunita' dell'adesione della Ue all'Acta. Il relatore, l'eurodeputato socialista francese Kader Arif, ha protestato rinunciando al mandato. Arif ha ''denunciato nel modo piu' vivo'' la firma del trattato da parte della Commissione europea indicando che ''mancano l'associazione della societa' civile, la trasparenza sin dall'inizio dei negoziati''. Secondo l'eurodeputato francese ''l'accordo Acta pone problemi per l'impatto sulle liberta' civili, per le responsabilita' che si fanno gravare sui provider, per le conseguenze che avra' sulla fabbricazione di medicinali generici''. Annunciando la rinuncia al mandato di relatore, il parlamentare ha parlato di ''situazione inaccettabile'' dichiarando di ''non aver intenzione a partecipare a questa mascherata''.
La Voce
hacker
ue
acta
sito europarlamento
| inviato da Hurricane_53 il 28/1/2012 alle 19:0 | |
28 gennaio 2012
Perché il cibo spazzatura crea dipendenza

(...) parliamo di "cibo spazzatura". Perché ci piace tanto? Che cosa spinge a ordinare un hamburger e a chiedere una porzione doppia di patatine fritte, possibilmente con salse dai colori improbabili? Perché questi alimenti creano dipendenza (junk food addiction la chiamano negli Usa, con lo stesso termine che si usa per le droghe)? E, soprattutto, come fare per evitare il consumo compulsivo di cibo non solo poco ricco di principi nutritivi ma addirittura dannoso per la nostra salute e responsabile di gran parte delle patologie legate all'obesità?
La ricerca più interessante sull'argomento è stata fatta in America nel 2010 presso l'Istituto Scripps di Jupiter ("Dopamine D2 receptors in addiction-like reward dysfunction and compulsive eating in obese rats" ). Ha dimostrato che il junk food agisce come una vera e propria droga sull'organismo, inducendo in chi ne consuma abitualmente una dipendenza paragonabile a quella di una sostanza stupefacente qualsiasi. Abbiamo intervistato la dottoressa Valentina Chiozzi, biologa nutrizionista e dottore in Scienze fisiologiche e neuroscienze, per farci spiegare meglio come stanno le cose.
D: Dottoressa Chiozzi, perché questi cibi attraggono così il nostro palato?
R: Studi come quello americano hanno scoperto che questo tipo di alimenti, arricchiti in laboratorio con sali, zuccheri e grassi per renderli più appetibili al nostro palato, agiscono sui recettori della dopamina in maniera del tutto simile a come fanno le droghe. In altre parole, innescano quel meccanismo che porta poi alla dipendenza fisica.
D: Come accade?
R: La dopamina è un ormone endogeno, cioè prodotto direttamente dal nostro corpo: questo tipo di cibo stimola i recettori che secernono l'ormone ma non appena questi recettori non sono più stimolati il corpo sente 'la mancanza' dell'ormone. Ecco spiegato perché questo tipo di cibo, se consumato abitualmente, crea una dipendenza non solo psicologica ma anche fisica. In medicina si usa un termine, "craving", per indicare la ricerca spasmodica di questo tipo di cibo junk, spazzatura.
D: Parliamo non solo di cosa è ma anche di come è consumato il junk food.
R: Questo è un altro aspetto importante del problema, da non sottovalutare. Il junk food ha indotto nei consumatori una nuova esperienza di masticazione: se i cibi sono facili da masticare e deglutire, perché molto morbidi, si avrà voglia di buttar giù velocemente un secondo boccone, e poi ancora un altro e così via. Non solo: il junk food ha introdotto la brutta abitudine di non consumare i pasti con calma seduti a tavola, ma di masticare continuamente snack dalla mattina alla sera, in maniera compulsiva, quasi fossimo dei ruminanti, magari davanti alla televisione o, per i ragazzi, con un videogioco in mano. Non dimentichiamo poi che un cosiddetto pranzo completo al fast food è ricchissimo di grassi e può arrivare a contenere 2000 calorie, cioè il fabbisogno giornaliero calorico di una persona media. Una cifra spropositata, ma assolutamente priva di principi nutritivi come le vitamine e i sali minerali.
D: Come evitare la dipendenza da junk food?
R: Bisogna cominciare da piccoli: è stato dimostrato che l'educazione al gusto dei bambini comincia già nel ventre materno. Fondamentale poi è il periodo di svezzamento, quando il bambino si accosta ai sapori. Una madre incinta che abusa di junk food trasmette al futuro bambino la propensione per questo gusto. Vorrei ricordare che non stiamo parlando di un problema meramente estetico: l'obesità infantile è in aumento di tutto il mondo occidentale e comporta patologie legate a una eccessiva assunzione di cibi ricchi di conservanti, coloranti e zuccheri, come i succhi di frutta. Penso ad esempio al deficit di attenzione, all'iperattività e a tutte le malattie metaboliche o dell'apparato cardio-vascolare.
Francesca Amé Yahoo Lifestyle
28 gennaio 2012
Tir, tasse, burocrazia fra Austria e Burundi

Un osservatore esterno che guardasse al nostro Paese potrebbe pensare che l’Italia si sia capovolta. Esponenti tradizionalmente più vicini alle posizioni liberali protestano e unanimemente condannano l’operato del governo Monti, che afferma di operare per le liberalizzazioni. Susanna Camusso, leader Cgil, dopo le convinte partecipazioni alle manifestazioni – di profondissima valenza sociale – quali “Se non ora quando?”, viene in soccorso al governo opponendosi alla rivolta dei Forconi, allo sciopero dei Taxi, dei pescatori e di quello dei Tir parlandone come di proteste in “difesa delle corporazioni”.
Sarebbe interessante conoscere quale rendita di posizione difendano gli autotrasportatori. Un viaggio di un Tir da Messina a Milano di ortofrutta viene pagato 1.800/2.000 € ai quali devono essere subito sottratti i costi d’intermediazione/carico pari a circa 300 €, 170 di traghetto, altri mille se ne vanno per il gasolio, 300 di pedaggio autostradale e, per ultimo, l’ingresso/scarico al mercato di destinazione quantificabile tra i 20 e gli 80 €. Ovvero, se va tutto bene e il camionista è riuscito a consegnare la merce entro le usualmente 18 ore pattuite da contratto e non è così incorso in alcuna penale, multa, esplosione di pneumatico, rottura di sorta e non ha mangiato nemmeno un panino può sperare di far ritorno nella sua Sicilia – dopo due giorni – con la bellezza di circa 150 € in saccoccia. Lorde.
Certo, può sperare di trovare qualcosa da trasportare da Milano a Messina, avrà un rimborso sul carburante pari a 190 litri per ogni 1000 consumati – dopo tre mesi e solo passando attraverso un sindacato o associazione di categoria, quindi pagando –; inoltre, dalle recenti assicurazioni del ministro Passera, potrà contare su una riduzione dei pedaggi autostradali ancora vaga, che alcuni indicano pari a circa il 13%; ma con questi valori in gioco, significa lavorare in perdita secca. La rotta Sud-Nord è pure privilegiata, perché quella Est-Ovest deve fare i conti con la concorrenza dei camionisti sloveni, croati, romeni, ecc., i quali hanno minor costi del personale, di gestione del mezzo (meno controlli e burocrazia) e di carburante, che pagano circa 80 cent/litro.
Questa protesta sarebbe una difesa dei privilegi di corporazione? Piuttosto assomiglia ad una rivolta per esasperazione. Chi guida il Paese non si rende minimamente conto dei salti mortali che tutte le categorie di lavoratori non protetti devono compiere per tentare di sopravvivere. E non se ne rendono conto i sindacati, la Confindustria, la politica e in genere tutti quei cittadini che, indignati, protestano per i supermercati vuoti, la penuria di carburante e l’illegalità della rivolta.
Trasportounito-Fiap, unica sigla ad aver appoggiato la protesta dei Tir, ha annunciato la fine dello sciopero per venerdì, e per almeno trenta giorni – come da termini di legge – non potrà indirne altri. La partecipazione, massiccia e spontanea, è andata però ben oltre ai soli iscritti a questa sigla, quindi non è affatto detto che la rivolta si esaurirà venerdì. Il ministro Passera dovrà trovare un’altra strada per sciogliere il nodo, aumentando le agevolazioni fin qui promesse, e non basterà il pugno di ferro voluto dal ministro Cancellieri che, per la prima volta, ha indirizzato le forze dell’ordine verso atteggiamenti poco comprensivi e affatto collaborativi.
Il Paese sembra capovolto, si diceva, ma a ben vedere non lo è affatto. Semplicemente molte categorie non ci stanno a farsi prendere per il naso. Non basta chiamare “liberalizzazioni” delle riformicchie di dubbia o alcuna utilità perché lo siano davvero. Nessuno difende delle rendite di posizione e delle vere liberalizzazioni sarebbero ben accette, ma la mancata competitività del sistema-Italia non dipende da queste corporazioni (taxi, farmacie, autotrasportatori, pescatori, allevatori, coltivatori), come il costo del carburante non dipende né da Ahmadinejad né dal fantasma di Gheddafi, ma sono causate dalle accise. Sono le tasse – dirette e indirette – e la burocrazia che mettono le imprese fuori gioco.
Fate un piccolo esperimento. Andate in una qualsiasi camera di commercio per aprire una attività. Non potrete farlo. Vi verrà chiesto un numero di conto corrente, ma questo non potrete ancora averlo perché la società non è stata ancora costituita e in banca non vi possono dare un numero di conto senza partita Iva. Poi vi servirà la Pec (Equitalia deve poter risparmiare sulle notifiche). Quando avrete perso una giornata a correre tra un ufficio e un altro, senza aver ottenuto nulla, vi toccherà arrendervi e andare a Canossa da un commercialista (questa sì che è una corporazione, ineludibile, dal costo aggiuntivo obbligatorio), che telematicamente farà tutto per voi. Attenzione però, perché il calvario sarà appena all’inizio e avrete a che fare con una infinità di regole, balzelli, norme e adempimenti. Alla fine di tutto ciò (che in realtà mai finisce) sarete sollevati, contenti di poter finalmente esercitare la vostra attività. Non spendete nulla però, perché starete in pace solo uno o due anni, poi vi arriveranno le tasse e l’anticipo sulle stesse delle quali il commercialista vi avviserà solo il giorno prima della scadenza: «Buongiorno, sa che domani ha l’acconto Irpef e – gioisca! – grazie a Monti questo sarà solo dell’ 82% invece che il 99%?». Poi vi dirà una cifra da svenimento, che voi non avrete nemmeno se venderete tutta l’attività, moglie compresa, e maledirete di essere nati in Italia.
Adesso vi racconto come funziona in un Paese civile, l’Austria, ma di certo non l’unico. Un mio amico viennese, ma che aveva studiato architettura a Venezia, dopo aver fatto il praticantato presso un importante studio triestino si era messo finalmente in proprio. Iniziò ad esercitare sia nel suo Paese d’origine, sia in Italia, aprendo regolare partita Iva, iscrizione all’albo, ecc. Incontratolo dopo un paio d’anni mi chiese, guardandomi con compatimento, se per caso in Italia fossimo tutti pazzi. Tra tasse, commercialista, le più disparate norme da ottemperare (e pagare), spese varie andò in perdita. Per di più voleva fare l’architetto non il burocrate. In Italia non era possibile lavorare, chiuse l’attività e continuò ad esercitare solo da Vienna. Le tasse in Austria, mi spiegò, si pagano così: si prendono tutte le fatture emesse, tutte quelle ricevute, le spese varie – finanche i conti del ristorante o i biglietti dei treno –, si fa un bel pacchetto e lo si manda all’ufficio delle imposte. Dopo qualche tempo si riceve di ritorno quanto inviato, unitamente al conteggio di quanto bisogna pagare. Fine della storia. Non solo è più ampio lo spettro delle spese detraibili/deducibili e complessivamente più basse le imposte, ma non si è obbligati a fare da ragionieri per lo Stato, perdendo tempo, soldi e correndo pure il rischio di venir mazziati in caso d’errore.
Ecco, cari signori governanti, tecnocrati obnubilati da un’idea d’Europa che non si sa quale sia e per la quale state definitivamente affossando questo Paese, questo è quanto si vorrebbe, non altro. Ma voi questa strada non volete percorrerla e sapete perché? Perché nel momento in cui anche foste capaci di concepire e attuare un simile ordinamento, dovreste vergognarvi di quello che state chiedendo oggi agli italiani che lavorano del proprio, vi rendereste conto che quanto pretendete fiscalmente è iniquo e insostenibile per chiunque.
Allora meglio parlare della Costa-Concordia, meglio colpevolizzare fantomatici e ricchissimi evasori, affossatori del popolo, dipingere una rivolta per fame come egoismi di corporazione, meglio cercare di scatenare una guerra tra poveri per non essere voi – unici veri colpevoli – a dover pagare, per poter spremere ancora chi non ha più cosa dare, continuando a mantenere istituzioni inutili, pletoriche ed inefficienti. I partiti politici, apparentemente defilati, sono in realtà i principali colpevoli, quelli che garantiscono l’ossigeno a Monti e permettono lo scempio in atto.
Quando la gente si renderà conto di questo, invece di prendersela con chi non fa lo scontrino, forse indirizzerà la sua rabbia verso i veri responsabili e finirà questo artefatto clima da Stato etico. E forse allora si potrà sperare di costruire un Paese che probabilmente non diventerà mai ordinato come l’Austria, ma almeno non sarà una provincia del Burundi. Con le ovvie e dovute scuse al Burundi.
Paolo Visnoviz
28 gennaio 2012
Pdl, una lenta agonia

I due deputati berlusconiani si incrociano davanti al ristorante della Camera. È mercoledì, ora di pranzo, il corridoio affollato di colleghi e qualche giornalista. Una stretta di mano e poche battute. «Stanno uccidendo il partito» dice a un certo punto il primo, un incarico di responsabilità nel gruppo di Montecitorio. E mentre l’altro annuisce, rincara: «Ci resta una lunga agonia». Ad alta voce, davanti a tutti, senza alcuna ironia.
Va in scena l’ultimo capitolo del Popolo della libertà, così come lo avevamo conosciuto. Un partito in caduta libera nei sondaggi, lacerato da scontri interni, in preda al panico. Dove i malumori - un tempo andava di moda definirli mal di pancia - non hanno più bisogno di essere nascosti. Perché ormai, racconta al telefono con cinico realismo un fedelissimo del Cavaliere, «siamo alla conclusione di un ciclo. È la fine di un’epoca».
L’ultima mossa, quella della disperazione, è stata la decisione di appoggiare il governo tecnico. Forte di una maggioranza sempre più risicata, a novembre Berlusconi si è dovuto arrendere e ha lasciato Palazzo Chigi. Sostenendo l’esecutivo Monti il Cavaliere sperava almeno di avere il tempo necessario per serrare i ranghi, risalire nei sondaggi e prepararsi alle consultazioni del prossimo anno. L’obiettivo era quello di presentarsi in campagna elettorale con un credito importante: quel passo indietro fatto per senso di responsabilità. Quelle dimissioni «senza mai essere stato sfiduciato dalla Camere» di cui l’ex presidente del Consiglio continua a parlare. Niente da fare. Dal giorno in cui si è insediato il nuovo governo, il già traballante Pdl ha iniziato a franare.
«Oggi se va bene siamo poco sopra il 20 per cento - commenta un berlusconiano in Transatlantico - Almeno questo è il risultato di uno degli ultimi sondaggi che il Cavaliere ha commissionato ad Alessandra Ghisleri». Sondaggi, raccontano, che ormai arrivano sulla scrivania di Palazzo Grazioli con allarmante frequenza. «Se continua così - prosegue - la profezia di Denis Verdini diventerà realtà: a fine legislatura sprofondiamo al 15 per cento».
Il governo tecnico prosegue il suo lavoro e il Pdl perde consensi. A sentire i berlusconiani più cattivi non sarebbe un caso. Mario Monti ha accelerato in tema di liberalizzazioni. Colpendo autonomi, piccoli imprenditori, categorie elettoralmente vicine al Cavaliere. Ma quando si è trattato di discutere di riforma del lavoro e modificare l’articolo 18 - argomenti più cari al centrosinistra - ha tirato il freno a mano. E così a pagare le scelte impopolari del governo dei professori è rimasto solo il Popolo della libertà. Con buona pace dei dirigenti berlusconiani che per rassicurare il proprio elettorato continuano a ripetere quella frase: «Siamo stati responsabili, ma non voteremo a scatola chiusa tutti i provvedimenti che Monti porterà in Parlamento». Lo dicono in tv, alla radio, sui giornali. È diventato un mantra. Un modo per confermare ai propri militanti - ma anche a se stessi - di esistere ancora. Una strategia studiata a via dell’Umiltà che, sondaggi alla mano, non sembra avere troppo successo.
Le prime conseguenze potrebbero arrivare a breve. Tra qualche mese milioni di italiani torneranno a votare per le amministrative. Ma sulle alleanze - in particolare sul rapporto con la Lega Nord - è ancora mistero. Chi sperava in un riavvicinamento tra Berlusconi e Bossi - due leader alla disperata ricerca del consenso perduto - ieri ha dovuto assistere all’ennesimo scontro. Con il Cavaliere che si è preso della «mezza cartuccia» dall’ex alleato per aver assicurato il suo appoggio a Monti. Senza accordo, si rischia il tracollo. Su 28 capoluoghi di provincia in cui si apriranno le urne, stavolta il Pdl potrebbe spuntarla solo in poche realtà.
Intanto il partito inizia a lacerarsi. Da una parte i dirigenti decisi a sostenere il governo tecnico, dall’altra gli ostinati del voto anticipato. «Ormai il partito ha preso una decisione - raccontano al telefono dalle truppe lealiste - la linea resta quella della responsabilità». Tra di loro ci sono il capogruppo Fabrizio Cicchitto, gli ex ministri Franco Frattini, Raffaele Fitto e Mariastella Gelmini. Contro, il fronte degli intransigenti. Quelli che dai giorni della crisi di governo non hanno mai smesso di chiedere al capo di interrompere la legislatura. Tanti ex An, ma non solo. Dietro ai due eserciti, sempre più terrorizzati all’idea di scomparire, i piccoli del partito. Parlamentari quasi sempre alla prima legislatura, con poche o nessuna possibilità di essere rieletti.
Raccontare un partito diviso a metà sarebbe superficiale. Le distinzioni sono molte di più. Nel Pdl c’è chi sogna una scissione tra ex An e Forza Italia (stando ad alcune indiscrezioni questo progetto permetterebbe di raccogliere qualche voto in più). Chi immagina una federazione tripartita tra gli eredi della destra e delle culture liberale e popolare. Chi pensa a un Pdl del Nord e uno del Sud, per contendere i voti ai leghisti. E poi ci sono quelli che vogliono rinsaldare l’asse con Umberto Bossi e quelli che preparano il terreno per la nascita di un partito popolare italiano (tradotto: un’alleanza con l’Udc di Pier Ferdinando Casini). «Insomma - racconta un berlusconiano della prima ora - gli elementi di divergenza all’interno del partito sono diventati troppi. La scomposizione del Pdl e la nascita di nuovi soggetti politici ormai è inevitabile».
Marco Sarti L'Inkiesta
27 gennaio 2012
(Ri)Mozione

Si votano mozioni congiunte per dare più forza al governo italiano in sede europea, ma si dovrebbe fare il congiunto sforzo della chiarezza (che nella mozione manca), denunciando che con la strada intrapresa, senza una modifica profonda della governance europea, ci troviamo e resteremo in troppo grande difficoltà. La politica non si adagi sull’errore dei nostri giornali, concordi nell’occultare o minimizzare quel che il Fondo monetario internazionale ha affermato: non esistono misure italiane che possano, da sole, salvare l’Italia. Che sta succedendo? Perché l’aggressività della speculazione s’è acquietata? Succede che si sta provando a temporeggiare, allontanare il problema, scaricarlo altrove. Tutto meno che risolverlo. Mentre in casa nostra riforme limitate s’ingigantiscono grazie a fragorose proteste, lasciando d’un canto il crollo del sistema bancario. Come fosse un dettaglio.
Standard and Poor’s e il Fmi hanno ben analizzato le manovre del nostro governo, si sono complimentati e hanno pubblicato le deduzioni: non basta. La procura di Trani può anche indagare per turbative di mercato, ma quel che turba veramente è che si faccia finta di non capire: noi abbiamo una crisi interna, provocata da un troppo alto debito pubblico e troppo bassa produttività, ma quel che ci porta a fondo è la seconda crisi, montata in groppa alla prima e provocata dalle debolezze politiche e istituzionali dell’euro. Le medicine utili a curare i sintomi della prima crisi, tasse & tagli, aggravano quelli della seconda. Le terapie che aggrediscono le cause della prima, privatizzazioni & liberalizzazioni, tornerebbero utili per fronteggiare anche la seconda, se non fosse che il loro effetto è previsto per dopo il funerale. Noi possiamo pure accapigliarci sulle minchionerie, fingendo che i camionisti siano agnelli sacrificali o serpenti biforcuti, i tassisti lavoratori tartassati o lobbisti spietati, ma lo scenario descritto rende il resto largamente secondario.
Se il problema è europeo la soluzione non può che essere europea. Se la soluzione non si trova, salta prima l’euro e poi l’Unione europea. E’ una tragedia sufficientemente grossa da mettere paura, ma non abbastanza razionalizzabile da far cambiare atteggiamento alle (misere) classi politiche. Quindi si prova ad aggirare il problema. Si usa la furbizia al posto dell’intelligenza. Condotta che, per una volta, non è una nostra eclusiva, ma diviene continentale. Si rifiuta l’unica idea risolutiva: federalizzazione dei debiti sovrani, quindi nascita di una federazione politica. La si rifiuta per motivi elettorali, ma si sa che quella è la via. Allora si passa dai vicoli paralleli: no ad una vera banca centrale, ma sì ai prestiti fatti dalla Bce alle banche, ad un tasso basso, in modo che quei soldi finiscano in acquisti dei titoli dei debiti pubblici. No ad una politica fiscale comune, ma via libera al maggiore finanziamento del fondo salva stati. Monti ha ragione: si può supporre che molti atteggiamenti cambieranno, dopo l’approvazione del “fiscal compact”, quindi dopo la revisione dei trattati, in salsa tedesca. Ma sarà tardi e ne nascerà un’Europa produttivamente asfittica.
I soldi della Bce sono finiti ai governi, per poi essere ridepositati presso la Bce, sotto forma di titoli. Il mercato è restato a secco, il credito alle imprese si va spegnendo. In queste condizioni puoi varare tutte le birbonate propagandistiche che ti vengono in mente, il mercato non riparte lo stesso. I firewall eretti con il fondo salva stati non fermeranno alcuna fiamma, perché sono fatti di materiale combustibile, non presupponendo l’uso della sovranità monetaria, ma solo l’ammasso di masserizie. Rallentano la corsa, non placano l’incendio.
Se la percezione è diversa, in questi giorni, lo si deve al fatto che si lavora al default pilotato della Grecia, per evitarne l’uscita dall’euro. Ma quando lo si sarà fatto i mercati sapranno o che esiste una breccia per la quale si esce dalla moneta unica, o che esiste un buco, nel quale possono cadere i titoli dei debiti sovrani, cessando d’essere rimborsati. In tutti e due i casi ripartirà la speculazione. Non si scappa: l’Europa non può sperare di non fare i conti con la storia e i mercati, anche perché l’Atlantico s’è rimpicciolito e il Pacifico allargato. Gli europei, nel globo odierno, sono una forza di prima classe, ma ciascun Paese europeo, da solo, è un nano pretenzioso e viziato.
Poi, per carità, si può anche continuare a far campagne elettorali solleticando il complesso di superiorità del bavarese, la prosopopea del provenzale o la paura del bauscia che liscia il sobrio, sperando d’essere il solo a godere dell’alticcio, ma siamo nel campo dell’inutilmente provinciale.
Davide Giacalone
27 gennaio 2012
Ministero dell’economia: italiano, i sacrifici falli tu, che io con 10 milioni (di euro) compero 400 auto blu!

Le auto blu, uscite dalla porta, rischiano di rientrare dalla finestra. Il governo con un decreto ha deciso la stretta sui veicoli in uso alle pubbliche amministrazioni stabilendo tetti nella spesa, nuove regole per l’uso e per l’acquisto. Ma dieci giorni dopo (...) sul sito del Ministero dell’economia e sul portale Aquistinretepa.it, compare un bando nel quale si annuncia (..) la disponibilità a comprare altre 400 vetture per le amministrazioni che ne faranno richiesta. La base d’asta per le imprese fornitrici è di 9.571.000 euro e il termine per le loro offerte è fissato l’8 marzo. Le cilindrate oggetto della gara sono tutte inferiori a 1600 cc con standard minimi di equipaggiamento (climatizzatore, abs, controllo di trazione e stabilità elettronici e ovviamente airbag) e accessori facoltativi ed “extracapitolato” come sensori di parcheggio e pressione pneumatici, sistema start&stop.
Fatto Quotidiano
27 gennaio 2012
Il governo privatizza il debito pubblico
Se lo Stato salda i fornitori coi Bot, perchè non paga così anche stipendi e pensioni di onorevoli e boiardi di stato, che qualche merito ce l'hanno nell'aver portato il paese a questo punto?
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I "tecnici"?!
“Con il decreto-legge sulle liberalizzazioni, il governo ha privatizzato il debito pubblico“. Lo dichiara il portavoce del Partito Pirata, Marco Marsili. “La linea seguita da Monti è la stessa di Berlusconi: niente soldi veri ai fornitori della Pubblica amministrazione, che avanzano 70 miliardi di euro” ricorda il leader dei pirati italiani. “Passera ha pensato bene di pagare solo 5,6 miliardi, in gran parte con i buoni del tesoro, ovvero con il debito pubblico che, in questo modo, è stato privatizzato” accusa Marsili. “Di questo passo pagheremo la spesa con i Bot, e ci daranno di resto caramelle e francobolli”. “Il peso degli imprenditori suicidatisi per la crisi delle loro aziende, dovutre ai ritadi dei pagamenti della Pubblica amministrazione – ricorda il leader del Partito Pirata – pesa come un macigno sugli ultimi due esecutivi, che nulla hanno fatto per risolvere definitivamente la situazione”.
Tra gli altri provvedimenti adottati dall’Esecutivo si segnala la “privatizzazione” delle carceri, la cui costruzione è affidata a privati, in collaborazione con le “fondazioni di origine bancaria”. “Lo Stato non ha più nemmeno i soldi per assicurare la giustizia e la detenzione – accusa Marsili – e la demanda ai privati”. “Come ha detto Edmond Burke, uno Stato privo dei mezzi per operare qualche cambiamento è privo dei mezzi per conservarsi: tanto vale prenderne atto e dichiarare bancarotta, almeno finirebbero gli inutili sacrifici imposti agli italiani”, sostiene il portavoce del Partito Pirata.
“Altra norma ‘particolare’ è quella che consente agli Enti locali di indebitarsi emettendo obbligazioni garantite dal proprio patrimonio immobiliare” segnala il leader dei pirati. “Immaginiamo che Pisapia a Milano, o Alemanno a Roma, debbano ipotecare Palazzo Marino o il Campidoglio per costruire una stazione della metropolitana. E se poi non riuscissero a pagare?” – si domanda Marsili – “I municipi finirebbero nelle mani della banche”.
“La ‘particolarità‘ della norma è ancor più stridente, se la si confronta con quella che da la possibilità ai costruttori di opere pubbliche di finanziarsi mediante l’emissione di obbligazioni non garantite, con il rischio che i risparmiatori perdano i loro soldi, come avvenuto negli anni passati con alcuni fondi pensione privati, in gran parte gestiti dal Gruppo Intesa Sanpaolo del ministro Passera” ricorda Marsili.
“Ce ne sarebbe abbastanza per negare la fiducia al governo dei banchieri che, invece, un Parlamento inetto sosterrà ancora una volta a larghe intese” conclude il Portavoce del Partito Pirata.
La Voce
27 gennaio 2012
L'Italia governante è formata da un milione di persone che vivono a sbafo su tutte le altre
Eè chiaro che dobbiamo definire "parassiti" chi non paga le tasse, perchè pesa sulle spalle di chi le deve pagare anche per loro, ma come dobbiamo definire quegli individui ai quali le risorse pubbliche non bastano mai e che si sono ormai assuefatti alla spesa senza mai porsi dei limiti?

C'è un filo rosso che collega le vicende della pubblica amministrazione italiana sui mercati finanziari con il naufragio della Costa Concordia. Questo filo passa per l'incuria italica, la sconcertante sequenza di leggerezze, la fatuità, la irresponsabilità, la propensione ad avvalersi delle posizioni di potere, grandi o piccole, non come servizio ai cittadini, ma come delirio di onnipotenza a fini personali che si rileva in ogni campo.
I mali della pubblica amministrazione, lo spreco di denaro pubblico, l'uso smodato del medesimo, la spesa pubblica fuori controllo, hanno determinato l'attuale situazione per cui l'Italia è ad un passo dal non essere più in grado di finanziarsi sui mercati internazionali per coprire il divario tra la spesa pubblica e le entrate pubbliche e per rifinanziare il suo immenso debito che si è formato attraverso le 100mila punture di spillo che sono state inferte in 100mila modi nella polpa della pubblica amministrazione: questo non essere più in grado di finanziarsi, vuol dire fallimento.
C'è oggi un'Italia governante, formata da oltre un milione di persone (parlamentari, alti burocrati, consiglieri regionali, consiglieri provinciali, consiglieri comunali, amministratori delle migliaia e migliaia di enti pubblici o di nomina pubblica) che vivono con tutti i loro infiniti privilegi sull'Italia governata, formata dalle persone che si alzano la mattina e lavorano tutto il giorno. I soldi che l'Italia governante riesce a ottenere dall'Italia governata rappresentano una percentuale che è forse la più alta del mondo, eppure, di fronte agli infiniti privilegi ,questi soldi non bastano mai e si è lanciata una campagna di stampa contro gli evasori (che peraltro ci sono) per evitare di lanciarne una contro gli sperperatori di denaro pubblico.
Si arriva al punto che la Rai, che è una società per azioni, si fa pagare il canone attraverso l'Agenzie delle Entrate e nella comunicazione in proposito fa passare il canone come canone della televisione, quasi che questo canone fosse il corrispettivo dei circa 200 e più canali televisivi che si possono ricevere attraverso il digitale terrestre, nascondendo il fatto che in realtà circa il 95% di queste televisioni sono gratuite e il canone va soltanto a finanziare i pochissimi canali Rai. Quest'ultima, come noto, gioca su due tavoli: si fa finanziare dagli italiani con una tassa (visto che a imporla è l'Agenzie delle Entrate), e nello stesso tempo ottiene gli introiti pubblicitari come tutte le altre emittenti commerciali. Anche qui vale il principio della pubblica amministrazione, dell'Italia governante, per cui i soldi non bastano mai.
C'è un filo rosso che unisce tutti questi atteggiamenti, un filo rappresentato dall'incuria, dalla poca voglia di lavorare, da una scuola che promuove ignoranti che diventano degli incompetenti spesso presuntuosi.
Domandiamoci un poco: lo spread non è forse la somma di tutte queste cose ? Anche in Germania ci sono molte cose che non vanno, ma fra quelle che non vanno in Italia e quelle che non vanno in Germania vi è una misura precisa e si chiama spread.
Francesco Arcucci Italia Oggi
26 gennaio 2012
Sarkozy, il Nanoleone dell'Eliseo ha smesso di abbaiare e abbassa le orecchie ...

Mancano 80 giorni alle presidenziali, e per il presidente Nicolas Sarkozy sembra già arrivato il momento di giocarsi il tutto per tutto. In viaggio in Guyana, a 7.000 chilometri da Parigi, sabato scorso ha confidato ai giornalisti del seguito - tenuti teoricamente al segreto - che «se perdo, non mi vedrete più».
«È la prima volta nella mia vita che mi trovo a prendere in considerazione la fine della carriera - ha aggiunto sorridendo -. Oggi è un tema che si pone». Panico a Parigi tra gli uomini della sua maggioranza, ma per arginare il clima da smobilitazione Sarkozy ieri ha subito preso una decisione di segno opposto: domenica parlerà ai francesi, un'intervista televisiva in diretta contemporanea sulle due reti principali Tf1 e France 2 e sui due canali all news BfmTv e iTélé per tornare all'attacco annunciando misure straordinarie come l'«Iva sociale», o la vendita di terreni demaniali per rilanciare la costruzione di alloggi, o soprattutto una possibile fine delle 35 ore, il suo nemico preferito da anni.
Si prepara alla sconfitta o rilancia? Forse entrambe le cose. Per il presidente il momento politico è molto delicato, la perdita della tripla A è stata un pesante colpo al morale suo e all'immagine del Paese e girano indiscrezioni su sondaggi commissionati dall'Eliseo, che confermerebbero lo scenario drammatico e a lungo temuto di un Sarkozy bocciato al primo turno, superato da Marine Le Pen.
Infine, il fine settimana passato è stato dominato dal grande meeting parigino di François Hollande, apparso più convincente del previsto. Pur sempre in territorio francese, ma lontano dal cuore dell'azione, Sarkozy si è allora abbandonato a considerazioni crepuscolari. «L'ago, bisogna saperlo estrarre per gradi», ha detto ai giornalisti, mimando il gesto di chi dal braccio destro si toglie la siringa, un tempo piena di quella droga pesante che per lui è la politica.
Già la metafora scelta, quantomeno inusuale per un presidente della Repubblica, indica il clima poco protocollare che da anni Sarkozy ama ogni tanto creare attorno a sé. In quei casi, vige la regola dell'«off»: io sono il presidente della Repubblica, dico tutto in libertà a voi giornalisti, e voi non scrivete una riga. Un accordo (quasi) sempre rispettato, nonostante gli evidenti problemi di correttezza nei confronti dei lettori. Stavolta i media coinvolti erano troppi, e la notizia troppo importante, perché l'embargo venisse rispettato.
Ne esce un Sarkozy che non vuole «finire come Giscard», colto dalla depressione dopo la sconfitta con Mitterrand nel 1981, e riaccarezza il vecchio progetto di «mettersi a fare un mucchio di soldi»: come conferenziere «alla Bill Clinton», o da avvocato.
Il presidente si ostina a non candidarsi ancora ufficialmente preferendo mostrarsi al di sopra della mischia, dedito a salvare la Francia dalla crisi senza preoccuparsi delle meschinità elettorali; ma comincia ad avere paura, dicono alcuni suoi deputati. Domenica proverà a fare saltare il tavolo, e a riconquistare i francesi. Se la prodezza non dovesse riuscire, meglio prepararsi per tempo a una nuova vita lontano dall'Eliseo.
Stefano Montefiori Corriere della Sera
26 gennaio 2012
Quello che non sapete sulla ... vodka

La domanda sorge spontanea: perché berla non è sufficiente? In fondo è uno degli alcolici per eccellenza. In cocktail più o meno sofisticati, ma anche liscia, com'è nella tradizione dei Paesi dell'Europa dell'est, Russia in testa. Eppure la vodka ha al suo attivo anche altri utilizzi curiosi nati nel corso di una tradizione ultracentenaria, da quando, nel quindicesimo secolo, in un monastero vicino a Mosca venne prodotto il primo distillato ricavato da cereali.
In Svezia, le origini della produzione di vodka sono legate a doppio filo con l'industria della polvere da sparo: il brannvin, progenitore della vodka, era infatti impiegato come propellente per la polvere nera con cui caricare i moschetti. Non si tratta di un problema da poco: quando le distillerie ricevettero l'autorizzazione a produrre bevande alcoliche su larga scala, venne contestualmente firmata un'intesa in base alla quale i fabbricanti di polvere da sparo avrebbero avuto la precedenza sugli altri consumatori.
Anche in una tranquilla gita all'aria aperta si possono nascondere delle insidie: tra i piccoli inconvenienti, uno dei più diffusi è lo "strusciamento" con piante urticanti. Su tutte, l'edera velenosa che provoca fastidiose eruzioni cutanee anche di lunga durata. La vodka è un rimedio immediato ed efficace: basta versarla sulla zona interessata per alleviare la sensazione di prurito. E il principio è lo stesso nello sfortunato caso di punture di medusa.
Volete vedere maniglie, vetri e set di tazzine splendenti ma non avete avuto il tempo di andare a comprare uno spray specifico? Niente paura. Aprite il vostro mobiletto bar e, anche se non siete bevitori, frugate alla ricerca di un classico regalo di Natale dimenticato. Se trovate una bottiglia di vodka siete a metà dell'opera perché il resto è solo... vodka di gomito. Prendete un panno morbido, inumiditelo con la vodka e passatelo tranquillamente su acciaio, vetro o porcellana: non rimarrete delusi.
Non avete un pollice verde particolarmente spiccato? I vostri fiori appassiscono alla velocità della luce? Andate per tentativi: tra i rimedi possibili c'è quello di aggiungere al vostro vaso poche gocce di vodka e un cucchiaino di zucchero. Provare per credere.
Gli insetti sono fastidiosi, non c'è che dire. Ma alcuni insetticidi industriali possono esserlo ancor di più, soprattutto per la vostra salute. Sarà per questo che sono sempre di più le persone che si affidano a rimedi naturali per tenere lontane mosche e zanzare. Versate della vodka in un vaporizzatore e spruzzate direttamente sugli ospiti indesiderati: oppure, se poi avete l'opportunità di farvi una doccia, utilizzatelo come fosse uno spray abbronzante.
Un proverbio russo dice: "Non esistono donne brutte. Dipende solo da quanta vodka bevi". Bene, sarà anche una formula fortemente maschilista ma, se ribaltata, contiene un fondo di verità nel senso che pare che questo alcolico, fungendo da balsamo, sia un vero toccasana per i capelli. Basta aggiungerne un misurino in una confezione di shampoo e avrete una chioma quanto mai brillante.
Siete perennemente di corsa e non particolarmente organizzati? La vodka può venirvi in soccorso risparmiandovi, in casi di estrema necessità, la fatica di un bucato con tutti i suoi successivi annessi e connessi. E così se una mattina vi ricordate che la sera stessa avrete un appuntamento importante e proprio quel vestito che vi piacerebbe tanto indossare è nel cesto della "roba sporca" perché non propriamente profumato, prendete un po' di coraggio e seguite queste semplici indicazioni: vaporizzate l'abito con la vodka, appendetelo così com'è in un luogo possibilmente ventilato e al momento giusto lo troverete fresco come neanche potete immaginare. Una volta asciutta, infatti, la vodka non lascia tracce del suo inconfondibile odore e nello stesso tempo ha agito, uccidendoli, anche contro i batteri più resistenti.
Se un leggero profumo di lavanda dentro le mura domestiche vi restituisce almeno una gradevole sensazione di pulito potete provare a realizzare un intruglio che, chi lo ha testato, giura funzioni davvero. Riempite un contenitore con fiori di lavanda freschi e versateci sopra un po' di vodka: poi, sigillate in modo ermetico e mettete il tutto, possibilmente al sole, per tre giorni consecutivi. Infine filtrate il liquido ottenuto e la tintura è fatta. Anche come idea regalo low cost originale non è affatto male.
Da prendere con le pinze anche il solito "avanguardistico" studio medico sui disordini generici legati al cuore: a quanto si legge, pare che il dottor Tavir Bajwa dell'Aurora St. Luke's Hospital abbia trovato la soluzione per un suo paziente affetto da cardiomiopatia ipertrofica.
A.P. Yahoolifestyle
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| inviato da Hurricane_53 il 26/1/2012 alle 16:0 | |
26 gennaio 2012
Offerte speciali ... ma solo per gli onorevoli

La firma è quella di Domenico Di Virgilio, classe 1939, deputato pdl alla terza legislatura. Primario ospedaliero di professione, il parlamentare stavolta ha dimostrato scarse capacità diagnostiche. Ma come: infuriano le polemiche sulla casta, il popolo reclama il sangue dei parlamentari, e lui, serafico, già si preoccupa delle loro prossime vacanze? «Caro Collega, mi corre l’obbligo di segnalarti…». Ecco: il 2 dicembre ha fatto distribuire ai colleghi, approfittando del servizio postale interno e delle buste col logo della Camera, il dépliant di un albergo il cui direttore è «un mio amico personale». E che albergo, poi. «Il primo hotel dell’isola d’Elba improntato sull’unione di lusso, sostenibilità e life style» lo esalta il famoso dépliant. Un 4 stelle fantastico, anzi, magnifico. Piscina interna ed esterna, viste mozzafiato, area wellness, addirittura un «manager dei desideri» a disposizione degli ospiti. Costoso? Un bel po’. Ma il Magnifico de Luxe Resort «è lieto di offrire tariffe e condizioni riservate ai membri del Parlamento della Repubblica». Tariffe riservatissime.
Ora, perché scandalizzarsi? Neanche i parlamentari hanno soldi da buttar via, di questi tempi. Difatti il senatore Valerio Carrara (ex idv, oggi pdl) ha orgogliosamente annunciato ai colleghi di avere trovato l’accordo per un pranzo tutto pesce «a 20 euro» vicino al Pantheon; e Gabriella Carlucci, magrissima deputata ex pdl e neo udc, ha piuttosto preferito spendersi a favore del suo parrucchiere, Paolo D’Apollonio: piega, shampoo e massaggio a 10 euro; un taglio a 30 euro, le mèches a 50 e un bel trattamento rassodante per il seno a 40. Un affare.
E il senso degli affari ce l’hanno in tanti. Andrea Di Teodoro, eletto nel 2001 con la lista di centrodestra Abolizione Scorporo, a poco più di 30 anni d’età aveva già un hobby redditizio: «Caro collega, con la presente ti informo che sto per piazzare sul mercato italiano una importante partita di pezzi pregiati di alto antiquariato…». Era l’anno 2005, la crisi ancora non si sentiva e i colleghi interessati potevano tranquillamente consultare il catalogo nell’ufficio del parlamentare: icone russe del ‘600 a 26 mila euro, credenze senesi del ‘500 a 80 mila… Il telefono di Di Teodoro era addirittura rovente.
Durante il governo Prodi II, invece, tutti chiamavano Luciano D’Ulizia, idv, padre della Cedildes XV, cooperativa edilizia nata per offrire «efficaci risposte» alle necessità «pratiche e affettive» dei parlamentari costretti a lunghi soggiorni a Roma. Bella idea. Hanno aderito in un centinaio, da Margherita Boniver ad Angelino Alfano, da Cinzia Bonfrisco a Maria Elisabetta Alberti Castellati. Entusiasti e bipartisan. Ma non è sempre tutto oro quello che luccica: nata il 31 maggio 2007, la Cedildes ha dato forfait in autunno. Case acquistate: zero. Minacce di esposti e di segnalazioni ai carabinieri: tante. «Oggi cerchiamo almeno di rientrare in possesso delle quote versate» sospirano i deputati Gino Bucchino, pd, e Carlo Ciccioli, pdl, incaricati di recuperare i 100 mila euro rimasti in cassa. Ma è un compito improbo. E buona fortuna.
Supertruman isegretidellacasta
26 gennaio 2012
E se Monti avesse i giorni contati?

Si fa sempre più perigliosa la navigazione del governo Monti. Focolai di protesta si accendono ad ogni angolo d'Italia e coinvolgono sempre più categorie sociali e professionali. Mugugni e malumori serpeggiano un po' ovunque, mentre le forze politiche cominciano a farsi due conti e ad accusare i primi mal di pancia.
Sostenere Monti, ma a che prezzo? Questo si stanno chiedendo i partiti della maggioranza. Non il Terzo Polo, che ha sposato il governo dei professori, ma di certo Pd e Pdl che compulsano i sondaggi e scoprono che il consenso scende: gli elettori che appoggiano Monti voteranno Casini e non Bersani e Alfano, mentre chi vi si oppone voterà Grillo, Lega e Di Pietro.
L'esecutivo dei professori ha nella sua forza la sua debolezza, nelle sue specificità i suoi limiti. Se da un lato infatti, l'essere sciolto dai partiti, l'essere elitario e indifferente al consenso elettorale lo rende più forte e gli ha permesso finora di approvare provvedimenti che nessuno avrebbe mai approvato, dall'altro quelle stesse caratteristiche lo rendono in una certa misura alieno, estraneo. Ed è paradossale che più il governo conquista consensi all'estero più ne perde in Italia, più la Merkel approva e meno acconsentono gli italiani, perchè ciò che si "deve fare" non coincide con ciò che si "desidererebbe fare".
Siamo alla classica medicina amara da ingurgitare per guarire sebbene abbia un sapore repellente. Una contraddizione insanabile che ogni giorno mette a repentaglio la tenuta del governo e ogni giorno interroga i partiti. Pd e Pdl speravano che questo governo facesse le scelte difficili risparmiandoli dal prezzo da pagare in termini di consenso. Ora scoprono che Monti prende i complimenti della city londinese, ma il prezzo elettorale rischiano di pagarlo solo loro.
Giuseppe Morello Affaritaliani
governo monti
pdl
pd
| inviato da Hurricane_53 il 26/1/2012 alle 9:0 | |
25 gennaio 2012
Perché Apple progetta in Usa e produce in Cina
Un lungo reportage del NYT mette a nudo i retroscena sul perché Apple e i colossi della tecnologia hanno scelto la Cina per la produzione. Il costo del lavoro è solo una parte di un'equazione complessa, che svela le debolezze del sistema produttivo occidentale

Apple produce in Cina ma non è solo una questione di soldi, come pensano molti. Certo, costa meno pagare un lavoratore cinese rispetto a uno statunitense, però la differenza sostanziale è che le aziende cinesi offrono un vantaggio strategico che negli Stati Uniti sarebbe impossibile. Apple è solo un esempio, che vale per tante altre aziende; anzi, forse è un esempio d'eccellenza, se si vuole credere alle informazioni circolate una decina di giorni fa.
La questione è spiegata con dovizia di dettagli in un lungo articolo a firma di Charles Duhigg e Keith Bradshers comparso sul New York Times. Il fatto è che le fabbriche cinesi danno garanzie ai loro clienti - praticamente tutta la tecnologia del mondo si produce negli stabilimenti di poche aziende cinesi.
Per esempio nel 2007 Steve Jobs decise che lo schermo dell'iPhone doveva essere fatto di vetro. La soluzione alla fine si trovò nella fabbrica della Corning in Kentucky, dove tutt'oggi si fanno i vetri dell'iPhone. Ma la prima opzione fu andare a cercare la risposta in Cina, e ancora oggi, se Apple decide di cambiare una vite dell'iPhone, Foxconn (o un altro fornitore) può rispondere in un lampo; basta svegliare i lavoratori che dormono in appartamenti integrati nell'impianto di produzione, e metterli al lavoro. Né in Europa né negli USA sarebbe possibile, a meno di spendere molto di più per avere il lavoratore disponibile "a chiamata" (in Italia abbiamo per esempio la reperibilità).
Ancora più rilevante è la disponibilità di manodopera specializzata. Foxconn per esempio è in grado di radunare 3000 ingegneri (ma forse sarebbe meglio dire tecnici ultraspecializzati) nel giro di una notte, mentre negli Stati Uniti e in Europa sarebbe impossibile.
Lo aveva fatto notare Jobs a Obama, più volte: il mondo occidentale non riesce a formare abbastanza personale nelle discipline che servono al settore tecnologico. Cina e India "producono" migliaia e migliaia di ingegneri ogni anno, persino milioni - e si crea così un bacino di potenziali lavoratori impossibile da battere.
Insomma, non si tratta solo di manodopera economica. Se i lavoratori cinesi costassero quanto quelli degli Stati Uniti i costi per produrre un iPhone aumenterebbero di 65 dollari. Un sovraprezzo che Apple potrebbe persino assorbire senza alzare il prezzo finale, se le altre condizioni fossero soddisfatte. La questione però è molto più complessa di così, e probabilmente parificare i costi del lavoro porterebbe la cifra ben oltre i 65 dollari.
Ecco perché la risposta del fondatore di Apple fu diretta e bruciante. "Quei lavori non torneranno", rispose Jobs a Obama in occasione di una cena con i "pezzi grossi" del mondo tecnologico, quando il Presidente chiese in che modo si potessero "riportare a casa" i posti di lavoro all'estero.
D'altra parte creare e proteggere posti di lavoro nazionali non è certo compito di Apple né di nessuna azienda di nessun paese, soprattutto se si tratta di una multinazionale che vende i propri prodotti in tutto il mondo. È un compito che spetta ai governi, e in questo senso Pechino ha mostrato una grande determinazione.
Almeno in un'occasione per esempio una fabbrica ha messo in costruzione un intero stabilimento in previsione di una visita da parte di un rappresentante Apple. "Questo è nel caso che ci diate il contratto", disse uno dei dirigenti, che aveva anche "procurato ingegneri quasi a costo zero e costruito dormitori in loco". Possibile perché il governo aveva portato le tasse praticamente a zero.
Quindi non è una questione di denaro, ma di competitività in generale? Così sembrerebbe, almeno a giudicare dal freddo e preciso testo dei due reporter del NYT, dalle affermazioni della stessa Apple, dalle statistiche sul numero d'ingegneri laureati, dal fatto che sul costo finale pesa più il costo dei macchinari che quello delle persone, e da tutti i fattori citati da Duhigg e Bradshers.
Sarebbe utile però fare un piccolo esercizio di riflessione, e andare un po' più in là della semplice cronaca, o dei racconti che arrivano dalle aziende coinvolte - perché è giusto chiedere all'oste se il vino è buono, ma poco saggio fidarsi ciecamente.
C'è il ruolo dello stato. La Cina sarà sì un regime autoritario ma, dal punto di vista dei progetti per lo sviluppo del PIL ha un governo illuminato. Per l'Occidente competere è però impossibile: Pechino se lo può permettere, Washington probabilmente no. E anche se fosse ci sarebbe un problema di legalità perché si tratterebbe d'intervento pubblico nel settore privato: Obama può al massimo prestare, non certo regalare, Hu Jintao può fare praticamente quello che gli pare.
Poi ci sono le condizioni di lavoro. Per Foxconn (uno dei principali fornitori di Apple e dell'industria tecnologia in generale) lavora un milione di persone. La maggior sono parte ingegneri, frutto di sistemi formativi e di una demografia con cui l'Occidente non può competere. A loro l'azienda offre condizioni lavorative migliori che nella maggior parte della Cina, ma che sarebbero illegali o quasi in Europa e negli Stati Uniti.
Forse il cuore della questione è che per un giovane cinese una laurea e un lavoro nella catena di produzione sono la migliore delle opzioni, mentre i "nostri" giovani non devono affrontare una pressione così grande - un discorso altrettanto complesso che chiama in causa altri argomenti.
Forse però i nostri governanti potrebbero intervenire e fare in modo che i posti di lavoro possano "tornare a casa". Si tratterebbe di detassare, rinforzare la formazione di personale specializzato, importare i lavoratori che non si riescono a creare nazionalmente (leggi sull'immigrazione). Difficile prevedere gli effetti a lungo termine, però.
L'ultimo pensiero va al concetto di "ingegnere". Guardando ai numeri della Cina, e all'impiego che fa dei propri laureati viene il sospetto che si tratti di persone con una formazione molto specifica. Magari non ingegneri come li intendiamo noi, ma persone capaci di fare quello che gli si chiede, e formati in tempi relativamente brevi. Forse i "nostri" sono migliori (non è detto), ma di certo le università cinesi danno al mercato quello che serve. Anche questo è un discorso amplio e complesso, che tira in ballo tante voci e idee diverse, ma è doveroso prenderlo in considerazione.
Roberto Buonanno, Valerio Porcu tomshw.it
25 gennaio 2012
Caro Martone, meglio sfigato che raccomandato!

Un bel tacer non fu mai scritto ...
Il viceministro del Lavoro, Michel Martone, se n’è uscito con questa “perla”:
“Se a 28 anni non sei ancora laureato sei uno sfigato. Bisogna dare messaggi chiari ai giovani”
Ma, incuriosito, ho fatto una rapida ricerca per capire meglio chi è Martone (da l’Espresso):
Uno che ha saputo coniugare con secolare abilità l'autopromozione, la carriera accademica, e l'avere un ben introdotto papà (il giudice Martone, ex presidente dell'Authority scioperi, già assiduo dello studio Previti, da ultimo sulle cronache per aver partecipato a un pranzo della P3 a casa di Verdini).
L'abilità sta nell'amalgama: è impossibile distinguere un elemento dall'altro. Come dimostra, fra l'altro, ciò che accadde quando il Pd Pietro Ichino attaccò l'allora ministro Renato Brunetta, colpevole di aver dato a Martone junior una consulenza da 40 mila euro, avendo nominato Martone senior presidente della Civit (la Commissione "antifannulloni"). Sciocchezze, replicò Brunetta: "La consulenza è precedente alla nomina, semmai allora il figlio ha raccomandato il padre".
E già questo basterebbe, ma andiamo avanti:
racconta di fare oggi il viceministro dopo aver "solo mandato un curriculum" a Catricalà, o ricorda che ai tempi dell'università il professor Dell'Olio "mi propose di lavorare per il suo dipartimento" (all'ora fatale, Martone senior fece pubblicare per Dell'Olio un necrologio la cui metratura gli appassionati del ramo ancora ricordano).
E ancora:
Negli ultimi due anni, consulente di Brunetta ma anche collaboratore di Maurizio Sacconi (suo sponsor nella nomina a viceministro), Martone è riuscito a essere anche in Italiafutura, stimato senza riserve dall'antiberlusconiano Luca di Montezemolo. Se non fosse entrato al governo, aveva già pronta la nomina a presidente di FondInps: firmata da Sacconi, poche ore prima delle dimissioni di Berlusconi.
Insomma ve lo dico io … meglio sfigato che raccomandato!!!!
Stop Censura
25 gennaio 2012
Partiti e dispersi

Qualcuno ha notizie dal pianeta dei due grossi partiti politici? Esistono ancora, a parte il ripetere che saranno leali con il governo, vale a dire confermare che preferiscono essere commissariati, piuttosto che governanti? La prassi costituzionale non conosceva le consultazioni quirinalizie, volte ad accertare la loro capacità di votare leggi e riforme, giacché la Costituzione, per chi ancora ne conservi una copia, non prevede alcun ruolo del Colle nel processo legislativo, se non alla sua conclusione e al momento dell’emanazione. Eppure Napolitano li ha chiamati e ricevuti a turno. Probabilmente per accertarsi della loro perdurante esistenza.
Sarà il caso d’osservare, però, che il commissario chiamato a far fronte alla crisi del debito ha avviato attività plurime, destinate ad avere scarso impatto immediato e vaste ripercussioni nel futuro. Fa politica, come giustamente compete al governo, anche rimodellando il patto sociale su cui si regge il sistema, sia dal punto di vista fiscale che della legislazione regolante il mercato. Se i partiti contano di tornare sulla scena a cose fatte commettono un errore di calcolo, perché a cose fatte la scena non li contemplerà.
Prendersela con Monti per le liberalizzazioni è cosa alquanto bislacca, visto che si sarebbero già dovute fare e che tale lavoro sarebbe spettato proprio a quei partiti, dimostratisi incapaci. Ma il fatto è che le liberalizzazioni sono, per la gran parte, dei titoli vuoti, delle bandiere senza stemma, il cui solo significato consiste nel dare l’illusione che cambiare si può solo abrogando la politica. Lo hanno capito? Quei partiti saranno considerati colpevoli dell’insuccesso, anche quando non avranno fatto altro che chinare la testa.
Faccio solo due esempi: benzinai e notai. Le misure proposte dal governo servono a meglio sostentare una rete disfunzionale, che dovrebbe essere sfoltita: i benzinai sono troppi e poco automatizzati, il doppio della Francia e il triplo dell’Inghilterra, sicché (i conti tornano) ciascuno eroga, mediamente, la metà dei colleghi francesi e un terzo di quelli inglesi. Se “liberalizzare” significa allargare i prodotti non oil, quindi altre merci, ciò servirà a conservare l’esistente, non a cambiarlo. Sul fronte dei notai il problema non è quello di aumentare il loro numero (per giunta a cura della stessa categoria), ma diminuire gli atti per cui i cittadini sono costretti a ricorrervi. Un tempo molti passaggi, nella vita delle società a responsabilità limitata (srl), si facevano sul libro soci, ora dal notaio, con il risultato che molte di queste società spendono per i notai più di quanto abbiano come capitale sociale. Liberalizzare dovrebbe servire ad alleggerire, non il contrario.
Ma i grossi partiti sembrano ipnotizzati. Timorosi di dire l’ovvio, per non prendersi la responsabilità di avere osato obiettare. Da seguace delle liberalizzazioni, invece, mi prendo la libertà di sostenere che farne di apparenti, con interminalibili tira e molla, che non daranno risultati apprezzabili, nel mentre s’affronta un biennio di recessione, sembra la ricetta sicura per far credere che le liberalizzazioni portano male. Come porta male farle a cura non di chi ne risponde agli elettori, ma di chi popola la categoria meno esposta alla competizione e al mercato: i mandarini della burocrazia statale, giudiziaria, amministrativa e professorale.
Cosa aspettano, i grossi partiti, che al Quirinale obiettino sulla disomogeneità del decreto, negando la firma? Illusi, quello è un trattamento riservato ai governi politici (meglio se antipatici al Colle), mica a questo. Napolitano non è il conte Ugolino, ma un genitore premuroso.
Quando l’attuale esecutivo nacque non mi scagliai contro, perché la situazione era drammatica. Ancora oggi un punto forte del governo Monti è il ricordo lasciato dai predecessori. Ma avvertimmo del pericolo: se nel tempo di questo governo i due grossi partiti non provvedono ad un accordo per cambiare la legge elettorale e lo schema costituzionale, se non sono in grado di giungere a un compromesso che copra il tempo di questa e della prossima legislatura, sono finiti. Né è il caso di festeggiare, come pure si sarebbe tentati, perché così si apre la via ad una legislatura, la prossima, dominata da caos e antagonisti.
Il tempo è trascorso. La loro capacità di reazione è stata nulla. Se Alfano e Bersani non s’affrettano, a nome dei due mondi spappolati, ad annunciare il cambio di passo saranno gli elettori a stabilire chi, fra i due schieramenti, scompare per primo. Il secondo segue a ruota.
Davide Giacalone
25 gennaio 2012
Monti: "E' il water della democrazia"

Alla ricerca del premier ...
"Li guardo e non vedo umanità, ma lo sguardo fisso e indecifrabile degli squali. Il Paese va a fuoco, ma per loro è solo una pratica da chiudere al più presto. 'Magic Monti': la schiumattiva che mantiene il water profumato...". E' un attacco frontale al Premier Mario Monti l'ultimo scritto sul blog di Beppe Grillo che ha per titolo 'il water della democrazia' e per immagine un video del Presidente del Consiglio.
"Ho una sensazione di freddo alla schiena. Guardo Rigor Montis, la Frignero, Passera e le facce di cera dei vari ministri e vedo dei contabili, degli esattori, dei curatori fallimentari, degli estranei. Chi li ha invitati? Chi li ha votati? Mi ricordano la pubblicità degli anni '80 della Johnson: la signora Luisa, la domestica seria e precisa, dal fare sicuro, che si presentava alla tua porta, dal motto 'Comincia presto, finisce presto e di solito non pulisce il water', perché usava la schiuma attiva di Magic Water". Del pari "il governo di Magic Monti sta facendo le pulizie di casa nostra senza preoccuparsi di chi ci abita in questa casa. Le categorie sociali gli sono indifferenti. Pensionati, camionisti, tassisti, cassintegrati, piccoli imprenditori è come se non ci fossero, come se non avessero mai abitato in Italia".
"I ministri non fanno parte del tessuto sociale, non sono stati eletti, non devono rispondere a nessuno, non discutono con le controparti, eseguono il loro mandato. Sembrano alieni in visita ispettiva, alteri. Indifferenti a tutto tranne che alle banche. Ospiti che sono diventati padroni, che dopo tre mesi cominciano a puzzare tremendamente e il water non lo puliscono mai. Mi inquieta la perdita totale, definitiva della democrazia e la accettazione di questa perdita da parte degli italiani come se fosse ineluttabile, ovvia, scontata. Come se la democrazia fosse un optional. Negli anni '70 andava di moda l'esproprio proletario. Si entrava in un supermercato e si faceva la spesa senza pagare. Si usava così. Oggi- ha scritto ancora Grillo- assistiamo all'esproprio bancario, una sottrazione dei diritti dei cittadini, dall'art.18 alla cassa integrazione, fatta alla luce del sole con rigidità burocratica da persone grigie, in giacca e cravatta, per salvare le banche e l'euro".
Affaritaliani
24 gennaio 2012
L'Europa sta andando a picco e nessuno fa qualcosa

Naufragio Concordia: metafora dell'Europa
Secondo il Wall Street Journal il naufragio della Costa Concordia è «la metafora del destino dell'Europa. Una nave il cui capitano è negligente, e dove all'equipaggio non è stato detto come affrontare l'emergenza». Mario Sechi vi ha individuato «una fotografia crudissima dell'Italia». A noi non piace dar ragione a tutti, però sono vere entrambe le letture. L'Europa sta naufragando, come osserva il WSJ, e nessuno la riporta in rotta. I suoi timonieri scherzano con il fuoco esattamente come certi comandanti sfiorano gli scogli dando il colpo di barra all'ultimissimo secondo. E se accade il patatrac nessuno resta in plancia a far calare le scialuppe.
In fondo il declassamento di Standard & Poor's è passato senza troppi disastri grazie agli interventi della Banca centrale europea. Ma ciò non ha impedito che si scatenasse tra i leader di eurolandia uno scaricabarile che la dice lunga sulla solidarietà di facciata propinata in ogni vertice. Il "Merkozy", l'asse Germania-Francia, si è spezzato. Il "Merkmontizy", nel quale l'Italia era stata riammessa come figliol prodigo, ci ha illuso per appena un mese. Se l'irritazione e gli interessi elettorali di Sarkò, che dopo David Cameron ha mandato al diavolo Angela Merkel, non sono sfuggiti a nessuno, ecco il crescente contrasto Roma-Berlino. La successione dei fatti parla da sola: Mario Monti ha chiesto sul Financial Times che la Germania faccia di più per la crescita e per raffreddare i tassi sui nostri titoli. La risposta tedesca è stata una doppia sberla: prima Wolfgang Franz, capo del consiglio di economisti della Merkel, ha detto: «L'Italia può sbrigarsela da sola». (...) la stessa cancelliera ha affondato la lama: «Non riesco ad immaginare che cosa la Germania possa ancora fare». Monti, davanti al caminetto di Downing Street, ha risposto con diplomazia: non nascondendo però, assieme a Cameron, un sorriso in stile Merkozy di qualche tempo fa. Nel frattempo in un fuori onda finito sulla stampa francese Sarkò ha detto: «Stiamo pagando a carissimo prezzo l'ortodossia tedesca».
Con i leader dei tre maggiori paesi dell'euro al tutti contro tutti, con il Regno Unito che resta fuori, con i downgrading di massa e quelli di Fitch annunciati a breve, con una trattativa sul nuovo patto di bilancio riportata in alto mare dal rigorsimo tedesco, e con Mario Draghi che definisce «in drammatico peggioramento» la situazione del credito, si può dar torto a chi paragona la nave europea alla Costa Concordia? Anche la scogliera su cui far naufragio è già segnata sulle carte: la Grecia. Il 20 marzo Atene dovrà rimborsare un bond da 14, 4 miliardi: soldi non ne ha più neppure tagliando tredicesime, stipendi e pensioni. O l'Europa si dà una mossa, oppure il default è sicuro. Standard & Poor's e Fitch lo danno per certo: il problema, dicono, è solo come evitare l'effetto domino che travolgerebbe Portogallo, Irlanda, Italia, Spagna e gli altri. Da tempo si discute dell' haircut dei titoli greci, un taglio della metà del prezzo da restituire ai detentori accompagnato da un allungamento delle scadenze: un default mascherato.
Ora però la Germania ha chiesto di aumentare la posta: haircut non più al 50, ma al 60 per cento. Che cosa c'è dietro? Quei titoli sono stati emessi nel 2009 al tasso del 4, 3 per cento: neppure tre anni fa la Grecia poteva quindi collocare i bond ad interessi pari a quelli attuali dell'Italia. Il suo rating era stato appena tagliato da A+ ad A-. A fine 2009 sarebbe stato ulteriormente declassato a BBB+: lo stesso che Standard & Poor's ci assegna oggi. Certo, Atene aveva falsificato i conti; mentre in due anni l'Europa non l'ha né lasciata fallire (come forse avrebbe dovuto fare subito) né tirata fuori dai guai. E proprio su questo prospera la speculazione.
Scopriamo qualche altro altarino: le banche e le istituzioni tedesche che nel 2010 avevano in pancia 40 miliardi di titoli greci, e si erano impegnati a non venderli, adesso ne hanno meno di 20. Mentre Francia e Italia hanno mantenuto l'esposizione: 55 miliardi per Parigi, 3, 7 per Roma. Dove sono finiti i bond scaricati da Francoforte e dintorni? In gran parte in fondi speculativi americani capitanati da Marathon Asset Management, il cui presidente Bruce Richard ha definito la Grecia «una ottima opportunità di guadagno». Questi hedge fund si sono infatti seduti al tavolo certi di vincere sia che Atene fallisca sia che si salvi. Nel primo caso grazie ai Credit default swap acquistati a piene mani, nel secondo con i titoli presi al ribasso dalle banche tedesche. Ed ogni parola della Merkel fa lievitare il loro bottino. Ammettiamolo: il comandante Schettino con i suoi riccioli da guappo è davvero un dilettante.
Marlowe Il Tempo
24 gennaio 2012
Ogni anno in Cina 28.000 persone muoioni di Aids

Secondo una pubblicazione ufficiale di ieri, nel 2011 sono morte in Cina per HIV/AIDS un totale di 28.000 persone, mentre sono stati 48.000 i nuovi infettati dal virus.
Lo studio sulla situazione dell’HIV/AIDS in Cina, pubblicato dal Ministero della Sanità cinese insieme a un programma congiunto sull’ HIV/AIDS delle Nazioni Unite e dell’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS), ha rivelato che in due anni dal 2009 il numero di persone affette da HIV/AIDS è aumentato di 40.000 unità. Ha aggiunto che i casi di nuove infezioni sono rimasti a un livello basso.
Il documento afferma che con circa 780.000 persone affette da HIV/AIDS in tutto il paese, compresi i 154.000 malati di AIDS, la percentuale complessiva delle infezioni è dello 0,058 %.
Si dice anche che l’aumento del numero di pazienti malati di AIDS è dovuto in larga parte al crescente impegno del governo nella prevenzione e nell’intervento, che ha favorito la riduzione del numero di morti tra questi.
Lo studio aggiunge che dal settembre 2011 più di 136.000 malati di AIDS hanno ricevuto terapie anti-virus, portando così la copertura delle cure al 73,5 %, ossia un incremento di 11,5 punti percentuali rispetto al 2009.
Secondo il documento si stanno manifestando alcune nuove tendenze, come l’importazione del virus e il costante aumento dei casi dovuti a trasmissione sessuale.
C’è l’esigenza di un aumento della serie di controlli tra le categorie più a rischio di contrarre il virus, e di un ulteriore potenziamento delle cure tra coloro che ne sono già infetti.
Si consiglia anche di incrementare l’educazione sanitaria e di ridurre la discriminazione sociale verso le persone con l’HIV o l’AIDS.
Fonte: Shanghai Daily / Traduzione di Gabriele Picelli per times.altervista.org/
24 gennaio 2012
La lega vuole imporre il bavaglio al web

Il leghista Gianni Fava ha un sogno ...
Levata di scudi alla Camera contro una norma inserita nella legge comunitaria da un emendamento del leghista Gianni Fava che impone ai fornitori di servizi Internet di rimuovere dalla rete contenuti ritenuti illeciti determinando così una sorta di 'censurà al Web.
Polemiche. Levata di scudi alla Camera contro una norma inserita nella legge comunitaria da un emendamento del leghista Gianni Fava che impone ai fornitori di servizi Internet di rimuovere dalla rete contenuti ritenuti illeciti determinando così una sorta di "censura" al Web. Quella norma, spiegano Sandro Gozi e Silvia Velo, che hanno presentato un emendamento per sopprimerla, «crea una serie di distorsioni contrarie all'intento originario del legislatore europeo e italiano». Il prestatore del servizio - spiegano - «agendo in qualità di mero intermediario, non ha la capacità né il compito di accertarsi se i contenuti segnalati siano effettivamente illeciti».
«Rischio censura». Fra l'altro questa segnalazione potrebbe essere fatta da "qualunque soggetto interessato". «Non devono essere imposti ai prestatori di servizio obblighi di identificazione e monitoraggio preventivo, dal momento che ciò è in aperto contrasto con la normativa europea sul commercio elettronico e potrebbe avere gravi conseguenze in termini di libertà di espressione e di sviluppo del mercato digitale italiano», concludono Gozi e Velo. Durissima l'Idv: mentre Antonio Di Pietro intima un «giù le mani dalla Rete», per Antonio Borghesi quella norma «è un tentativo di censura della rete», che va «contro il web e la libertà d'informazione. Ci auguriamo davvero di poterla fermare subito».
Di «bavaglio» da «allarme rosso» parlano Vincenzo Vita e Beppe Giulietti, secondo cui in base a questa norma «si rende possibile a qualsiasi utente chiedere la chiusura di un hosting provider, senza nessun ruolo affidato all'Agcom o alla magistratura». Il che, a loro dire, «è un colpo ferale alla libertà della rete anche in Italia». E Per eliminare il "Sopa" italiano fioccano gli emendamenti soppressivi da Pd, Idv e Fli. «Se qualcuno pensa che, per contrastare la pirateria e gli atti illeciti compiuti in Rete, si debba ridurre la libertà di espressione degli utenti, limitare l'attività dei principali operatori del web e introdurre un'insensata inversione dell'onere della prova sulla liceità dei contenuti pubblicati, non ha capito molto di Internet, nè di pirateria. E sicuramente non sa cos'è la libertà», sostiene la finiana Flavia Perina.
Il Messaggero
lega
gianni fava
we
| inviato da Hurricane_53 il 24/1/2012 alle 16:0 | |
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