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9 settembre 2010
Il paese vuole dei politici, non inconcludenti, litigiosi (e costosissimi) parolai!

Inutili e costossissimi parolai. E’ da oltre mezzo secolo che i partiti – tramite i politici - occupano il potere: il solo fatto che in questo non breve lasso di tempo, non siano ancora riusciti a darsi una regola efficace per riuscire a governare il paese è già un motivo più che plausibile per definirli inadeguati. Personaggi che sono passati indenni dagli scandali più vergognosi (mani pulite, P2, solo per ricordare i più eclatanti, ma non certo gli unici) , ancora occupano con i loro faccioni, il loro vuoto intellettuale, la loro smodata ambizione e la loro arroganza tutti i media, anche se bisogna ammetterlo, ogni tanto ad essi si affiancano dei comprimari che – non tanto per le idee o le capacità, ma solo grazie all'astuzia – riescono a ritagliarsi degli spazi che consentono loro di iniziare la carriera di “politico a vita”, dando modo di sistemare parenti, amici e vassalli. Insomma la mediocrità impera nel quadro politico nazionale. Il nepotismo ha spalancato le porte ad ogni settore del paese, lasciando spazio alla mediocrità: dapprima dilagò nelle aziende pubbliche, oggi in quello che è rimasto a partecipazione pubblica (televisione di stato compresa), portando queste organizzazioni alla bancarotta dopo però che erano state bruciate valanghe di denaro pubblico, inutilmente): se ne deduce che anche sotto il profilo imprenditoriale questa classe politica – seppur indirettamente – può considerarsi una sciagura per la nazione. Tuttavia se questo stato di cose poteva essere tollerato fino a trent’anni fa, oggi non lo è più: sono mutate troppe variabili (si è elevato il livello di istruzione del paese, è caduto il muro tra oriente ed occidente, ci sono state crisi petrolifere, industriali, finanziarie, fenomeni come la globalizzazione, migrazioni ...) che hanno portato una serie di problemi non più ignorabili da chi ha la responsabilità di governare (i burocrati possono essere ottimi esecutori, ma non certo possono sostituirsi agli amministratori); non possiamo più permetterci il lusso (perchè tra l’altro sono strapagati) di una classe politica intenta solo a litigare per il potere, salvo poi - una volta ottenuto - non sa da che parte incominciare ad eccezione di favorire questa lobby o quel parente. Da oltre mezzo secolo gli italiani chiedono di essere governati da persone responsabili e competenti, da una maggioranza che stili un programma ragionato (non una serie di buone intenzioni o un libro dei sogni) che duri quanto il mandato e che, chi è stato eletto, lo porti a compimento, con il contributo costruttivo di una opposizione, alla fine di questo periodo la maggioranza verrà premiata o punita per il suo operato, gli italiani vogliono solo questo da decenni. Ma per fare ciò ci vuole una classe politica degna di questo appellativo, non un'accozzaglia di costossissimi - quanto inutili - parolai. Hurricane 53
8 settembre 2010
72 dubbi sulle 72 vergini ...
Sono queste le 72 vergini promesse al "martire"? Se questa è la prospettiva .... Ironico ma dovrebbe far riflettere sulla piaga terribile degli uomini bomba musulmani e sul premio che si promette loro nella vita futura, appunto 72 vergini e sulla considerazione che la religione in molte culture ( non solo musulmana), da sempre ( ancora oggi) riserva alle donne viste come oggetto e non soggetto 1) Che succede se il dinamitardo desidera ragazze più esperte? 2) E se una delle vergini non è brava a letto? La si rimpiazza o si deve accontentar di 71? 3) Se è gay, riceve dei vergini maschi? 4) Se ha fatto voto di castità, cosa riceve? 5) Se non ha ancora raggiunto la pubertà? Riceve 72 pacchi sorpresa, finché non cresce? 6) Se è bisessuale, riceve 36 vergini per genere? 7) Se gli esplode la bomba in mano mentre si prepara, ha diritto al suo credito ugualmente? 8) Come chiameresti una relazione con 72 donne, un menàge a soixante-deux? 9) Sono tipo 72 mogli o una moglie e 71 concubine? 10) Se lui è brutto o puzza e le vergini non vogliono fare niente con lui? 11) C'è del viagra in paradiso? Beh, non si sa mai! 12) C'è un'età valida per prestare il consenso? 13) Una volta deflorate, vengono rimpiazzate o nascono di nuovo? 14) Alla fine diventano sue mogli per il diritto comune? 15) Se lui ha una tresca con una 73a vergine, le altre lo considerano un tradimento? 16) Le vergini hanno un sindacato? Se sì, possono scioperare se non sono soddisfatte? 17) C'è un'agenzia interinale per rimpiazzare le vergini che si mettono in malattia? 18) E se il dinamitardo è pervertito per gli animali? Lo si accontenta? 19) Perché 72? 71 sono troppe poche? E 73 sono troppe? 20) Se è una donna dinamitarda, come fanno i vergini a provare la loro verginità? 21) Che succede quando in paradiso sono a corto di vergini? 22) Un dinamitardo si può prenotare delle vergini in particolare prima di farsi esplodere? 23) Se non ci sono vergini disponibili, viene messo in lista d'attesa? 24) Se è un prete cattolico, riceve 72 adolescenti? [Sembra che la proposta venga dagli USA...] 25) Chiamereste una dinamitarda "conchiglia esplosiva"? 26) E chiamereste una bambino dinamitardo "bombino"? 27) Non sono 73 per rispetto al record di Barry Bond sull'home run (vedi guinnes del baseball)? 28) Se il dinamitardo ci aveva già provato con una delle vergini, si sentirà in imbarazzo? 29) C'è una squadra di artificieri in paradiso, nel caso che una delle cariche resti inesplosa? 30) Hanno iniziato a usare donne dinamitarde, perché erano finite le vergini per i maschi? 31) Se lei è lesbica, "convertono" le vergini, o le andranno bene delle ragazze etero? 32) Un dinamitardo ermafrodita riceve dei vergini ermafroditi? 33) Se è così, dove ne trovano 72? 34) Se esauriscono le vergini, usano temporaneamente delle bambole gonfiabili? 35) Se un dinamitardo trova un infedele in paradiso, può farlo esplodere e ricevere altre 72 vergini? 36) L'inferno musulmano consiste nell'essere uno dei 72 vergini? 37) Potrebbe esserci una fregatura nel Corano e gli danno una sola vergine di 72 anni? 38) Invece di 72 uomini, può una dinamitarda accordarsi per un uomo che lava i piatti e butta la spazzatura? 39) I dinamitardi si lasciano nel giorno di San Valentino? 40) Se è monogamo, sceglie una delle 72 o riceve un modello super? 41) Se non gli piacciono entrambi i generi, sta lì in paradiso ad annoiarsi? 42) L'eternità è lunga e alla fine si annoierà delle sue 72 donne? A quel punto che succede? 43) Come sceglie da quale delle 72 cominciare? Lotteria? Concorso di bellezza? Riconoscimento all'americana? 44) Gli è permesso desiderare la donna di altri? 45) Le vergini hanno degli agenti e/o dei contratti di prestazione? 46) Se sì, possono chiedere di essere rivendute o messe in attesa, se non sono soddisfatte? 47) Che risponde il dinamitardo se una delle vergini gli chiede: "Questo burka mi ingrassa?" 48) Se risponde nel modo sbagliato, ne nasce una lite? 49) Come ci si aspetta che il dinamitardo gestisca un accapigliamento tra le 72 donne? 50) Gli attentatori dell'11 settembre, che erano inconsapevoli di andare a morire, hanno avuto lo stesso le 72 vergini? 51) Ci sono dei talent scout per trovare le vergini giuste? 52) Le vergini vanno in pensione a un certo punto o restare vergini per sempre? 53) Se vanno in pensione, che tipo di pensione spetta loro? 54) Non sarebbe interessante scoprire che fossero vergini perché sono orrende? 55) Allora, sono 72 musulmane o una per ogni cultura? 56) Non sarebbe dolce se Lorena Bobbit venisse assunta come una delle vergini? 57) Che dovrebbe dire Gloria Steimen di tutto questo? 58) Quando lui torna a casa, deve dire: "ciao, com'è andata la tua giornata?" a tutte e 72? 59) C'è assistenza psicologica per comportamento sessuale compulsivo in paradiso? 60) Se le vergini iniziano a impadronirsi del telecomando, diventa l'inferno? 61) Devono prenotare tutta una sala quando vanno al cinema, eh? 62) Ci sono ristoranti in paradiso in gradi ricevere una prenotazione per 73? 63) Se una vergini soffre di disturbo da personalità multipla, viene conteggiata come due vergini? 64) Riceve le 72 vergini tutte insieme o c'è un piano d'insediamento graduale? 65) Il dinamitardo ha diritto a sostituzioni, cambi o rimborsi? 66) Che succede se non si riesce un nessun modo a rimettere insieme il dinamitardo esploso? 67) Dire "non stasera, caro, ho mal di testa" vale come scusa in paradiso? 68) Le vergini arrivano con una garanzia? 69) Se sì, il paradiso sostituisce le parti difettose o fornisce assistenza sul posto? 70) Come chiami una garanzia a vita, se sei morto? 71) I dinamitardi siamesi ricevono 144 vergini? 72) Quanto ci vuole a lavare tutte quelle lenzuola usate? http://amici-in-allegria
islam
martiri
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| inviato da Hurricane_53 il 8/9/2010 alle 22:0 | |
8 settembre 2010
Soap Siriana: sesso, donne infedeli e gay
Le autorita' incoraggiano una versione moderata e apolitica dell’Islam. Le telespettatrici sono felici per questa rivoluzione culturale, ma i musulmani bacchettano i produttori  Sotto accusala soap opera “Ma Malakat Aymanukum”. Scene di sesso, donne infedeli e relazioni omosessuali sul piccolo schermo della Siria, in periodo di Ramadan.Mandata in onda per la prima volta nel mese del Digiuno, la serie cheprende il nome da un verso del Corano ("ciò che le vostre mani possiedono"), descrive la vita delle donne siriane in una società maschilista, affrontando temi tabù per il paese conservatore. Dai tormenti di Leila, che sotto il velo islamico conduce un’esistenza divisa tra vizio e virtù, alla storia di Gharam spinta dal marito tra le braccia di uomini di potere.
L'opinione pubblica è sconcertata. Le telespettatrici, che stanno contribuendo alla scalata del successo della soap, commentano entusiaste: "E' così raro trovare scene di questo tipo sulla tv siriana", afferma una dermatologa di 50 anni. E ancora: "La domanda che mi sono posta durante i primi episodi è stata: si tratta davvero di un programma siriano?". Il mondo religioso musulmano però, bacchetta i produttori e l'emittente satellitare pubblica,che trasmette la serie: "E' una soap che danneggia l’Islam", la tv dovrebbe sospendere la trasmissione e i fedeli dovrebbero boicottarla.
La serie è attualmente trasmessa dalla tv satellitare pubblica siriana e dal canale libanese Al-Mustaqbal. In Siria, paese a larga maggioranza musulmana ma laico in base alla sua Costituzione, le autorità incoraggiano una versione moderata e apolitica dell’Islam. La Voce
8 settembre 2010
Francia: cerchi "str..." su Google e arriva il profilo Facebook del presidente

Era da qualche tempo che non si aveva notizia diun personaggio noto vittima del googlebombing: la speranza era che le misure promesse anni fa da Google per contrastare questa pratica fossero finalmente stateaffinate al punto tale da essere perfettamente efficaci. Invece si trattava solo di una tregua momentanea.La nuova vittima è il presidente francese Nicolas Sarkozy, personalità poco gradita aifrequentatori della Rete per le sue posizioni e ora definita tout court str... ossia, in francese,trou du cul. Immettendo tale chiave di ricerca nella versioned'oltralpe di Google, infatti, il primo risultato è la pagina su Facebook diSarkozy. Cliccando su Mi sentofortunato (J'ai de lachance) vi si arriva direttamente. Per falsificare in tal modo i risultati forniti daGoogle non è necessario essere degli esperti d'informatica: basta essere in tanti einserire nelle proprie pagine le parole da usare come chiave di ricerca sottoforma di link alla pagina che si vuole "promuovere". Google Francia si è già scusata per l'accaduto: "Non sosteniamo questa praticae non sosteniamo alcuna pratica che possa alterare l'integrità dei nostririsultati di ricerca" hafatto sapere l'azienda, che sta provvedendo a correggere il proprio motore perriportare i risultati alla normalità. ZeusNews
8 settembre 2010
Il tempo è danno

Se si tenesse realmente in conto l’interesse del Paese, conciliandolo con quello dei partiti più grandi, non ci sarebbero dubbi: meglio accorciare i tempi e, prima ancora di Babbo Natale vedremmo arrivare un nuovo Parlamento. Se si osserva la scena, senza farsi prendere dai nervosismi, si comprende meglio quale sia la reale posta in gioco e quali le possibili vied’uscita. Da una parte c’è lo schieramento che ha vinto le scorse elezioni politiche, parlamentarmente reso vulnerabile dalla defezione finiana, che è pronto a correre il rischio delle elezioni anticipate (il cui esito non è scontato) per non vivere la certezza di una lenta, ma inesorabile agonia. Dall’altra c’è la sinistra, avvantaggiata dai guai altrui, che sembra pronta a sperimentare soluzioni fantasiose, pur di evitare il ritorno alle urne. Non è logico e non è conveniente. Se passasse la teoria, azzardata e tutta da dimostrarsi, secondo la quale esiste una maggioranza numerica per fare la riforma del sistema elettorale, se si provasse ad allungare la vita parlamentare, al solo scopo di colpire Silvio Berlusconi e la Lega, si finirebbe con l’ottenere due risultati ben diversi: la riforma non si farebbe,o servirebbe a far nascere l’ennesimo sgorbio compromissorio e il PartitoDemocratico andrebbe incontro ad una scissione, con un pezzo consistente della vecchia Democrazia Cristiana che rivede la possibilità di contare senza dovere essere ospiatato in casa altrui. Se non ci si lascia ammaliare dai giochetti, insomma, si capisce che la posta in gioco consiste nel tentare di far vivere sul serio o nel far definitivamente morire una democrazia di stampo maggioritario e bipolare. Nel primo caso occorrerebbe mettere in cantiere ben più che una riforma elettorale, puntando direttamente alla Costituzione, nel secondo vedremmo sparire, in breve tempo, quasi tutte le forze politiche oggi presenti. Potrebbe anche essere una liberazione, se non fosse che sopravviverebbero solo quelle a radicamento regionale e a condotta ribellistica. Non un bel risultato. Ragionando, quindi, la sinistra politica avrebbe tutto l’interesse a smetterla di subire le suggestione degli alchimisti salottieri,da sempre estranei alla capacità di convincere gli italiani e raccoglierne i voti, riprendendo il ruolo che naturalmente compete a chi fa opposizione echiedendo l’azzeramento della legislatura (che la vide, ripetutamente, sconfitta). La partita sarebbe aperta e l’attuale diversità di legge elettorale, fra Camera e Senato, un potenziale vantaggio. Questa sinistra, oltre tutto, potrebbe trarre utile insegnamento da quel che è successo in casa propria quando, avendo invitato il presidente del Senato a discutere, ed avendo quello accettato, ben sapendo di parlare ad una platea non convertibile, l’esercizio non riuscì a causa della gazzarra orchestrata da estranei. Una sinistra, quindi, non più padrona neanche nelle manifestazioni domestiche. E’ questo che vogliono, o preferiscono tornarea far politica? La tentazione, presente in ambo le parti, è quelladi prendere un po’ di tempo, prima d’arrivare all’esito scontato. C’è chi lo vuole, nella maggioranza, in modo da portare a casa qualche altra, limitata realizzazione. Mentre nell’opposizione si crede che il tempo lavori contro gli avversari, mettendone in luce divisioni e debolezze. In realtà si sposta poco, perché il senso di nausea è diffuso al punto che le elezioni saranno vinte da chi riuscirà a convincere il maggior numero di propri elettori ad andare a votare, non cedendo al rifiuto. Il tempo, quindi, sarebbe solo perso, a danno di tutti. Davide Giacalone
8 settembre 2010
8 settembre 1943
Ieri chi aveva mandato il popolo italiano verso la catastrofe, quando vide la mala parata, fuggì, sottraendosi alla proprie responsabilità. Oggi invece chi sbaglia resta, attribuendo sistematicamente agli altri le proprie colpe, pare proprio in questo paese potere e responsabilità non vanno mai di pari passo.
Hurricane 53

Il dramma dell’esercito italiano scoppia alle 19,45 dell’8 settembre 1943, quando la radio italiana divuiga il messaggio del maresciallo Badoglio nel quale il capo del governo comunicava che l’italia ha “chiesto un armistizio al generale Eisenhower, comandante in capo delle forze alleate” e che la richiesta è stata accolta. Il dramma si trasforma nel giro di poche ore in tragedia per centinaia di migliaia di soldati abbandonati a se stessi nell’ora forse più tragica dall’inizio della guerra.
Le forze presenti sulla penisola e in Sardegna ammontano a un totale di circa 1.090.000 uomini (10 divisioni nell’italia settentrionale, 7 al centro e 4 al sud della penisola e altre 4 in Sardegna), contro circa 400.000 soldati delle unità tedesche; ma mentre queste ultime sono perfettamente efficienti e fortemente dotate di mezzi corazzati, l’esercito italiano è uno strumento bellico estremamente debole(di questo sono convinti anche allo Stato Maggiore, che infatti considera le truppe italiane sconfitte in partenza), con una buona metà delle divisioni del tutto inefficienti, scarsamente dotate di mezzi corazzati e male armate. A queste forze, numericamente notevoli, vanno sommate le unità italiane dislocate nei vari settori fuori dei confini metropolitani: 230 mila uomini in Francia (e Corsica), 300 mila circa in Slovenia, Dalmazia, Croazia, Montenegro e Bocche di Cattaro, più di 100 mila in Albania e circa 260 mila soldati in Grecia e nelle isole dell’Egeo: in totale 900 mila uomini circa, in teoria una forza formidabile, ma solo in teoria. In realtà si tratta di un esercito assolutamente inadeguato ai tempi, su cui non si può in alcun modo fare affidamento. Se a questa situazione si aggiunge, in quel fatidico 8 settembre, l’assoluta mancanza di direttive da parte dei responsabili della macchina da guerra italiana (e in particolare del capo del governo Badoglio, che pure era un militare, del gen. Ambrosio, capo di Stato Maggiore Generale, e del capo di Stato Maggiore dell’Esercito gen. Mario Roatta) e l’imperdonabile leggerezza con cui si affronta il prevedibile momento della resa dei conti con i tedeschi, si puo capire lo sfacelo, il crollo totale dell’esercito italiano all’indomani dell’annuncio della firma dell’armistizio. Nella dissoluzione generale (al momento della prova, molti comandanti sono) lontani dai reparti, o se sono presenti non hanno ricevuto disposizioni), si verificano tuttavia alcuni coraggiosi quanto inutili tentativi di opporsi all’aggressione tedesca: in Trentino-Alto Adige e in Francia le truppe alpine reagiscono all’attacco, ma sono episodi di breve durata; i focolai di resistenza sono spenti con spietata ferocia.In Grecia, nel desolante spettacolo del disarmo dei reparti italiani da parte dei tedeschi, brilla il coraggio della divisione Acqui che a Cefalonia sceglie la lotta e la conseguente autodistruzione: 9646 morti, una vendetta inutile ma feroce. Il 7 novembre 1943, nel suo rapporto a Hitler sulla situazione strategica, il capo di Stato Maggiore della Wehrmacht, gen. Jodl, riassume in cifre quanto è successo in Italia dopo l’8 settembre: parla di 51 divisioni “certamente disarmate”, di 29 divisioni “probabilmente disarmate” e di 3 divisioni “non disarmate”. I prigionieri sono stati più di mezzo milione, di cui quasi 35.000 ufficiali, il bottino in armi e materiali ingente.Non si parla di morti, di cui non si saprà mai neppure la cifra approssimativa. Un discorso a parte meritano la aeronautica e la marina italiane. Dei circa 1000 aerei teoricamente disponibili (tra bombardieri, caccia, velivoli da combattimento e da ricognizione), sono utilizzabili per varie ragioni non più della metà: dopo l’8 settembre, 246 velivoli riescono a decollare per raggiungere territori non direttamente controllati dai tedeschi. Ne giungono a destinazione 203. La più efficiente delle tre armi è sicuramente la marina, che schiera 5 corazzate, 8 incrociatori, 7 incrociatori ausiliari, 23 sommergibili, una settantina di MAS e 37 cacciatorpediniere e torpediniere. L’8 settembre questa rispettabile forza navale è cosi' dislocata: si trovano a La Spezia e a Genova, al comando dell’ammiraglio Bergamini, le corazzate Roma, Vittorio Veneto e italia (ex Littorio); gli incrociatori Eugenio di Savoia, Duca degli Abruzzi, Montecuccoli, Duca d’Aosta, Garibaldi, Regolo; due squadriglie di cacciatorpediniere. Nel porto di Taranto sono alla fonda le corazzate Doria e Duilio e gli incrociatori Cadorna, Pompeo Magno, Scipione, al comando dell’ammiraglio Da Zara.
Unità minori si trovano in Corsica, in Albania e in altri porti italiani, mentre 2 e 9 sommergibili sono, rispettivamente, a Bordeaux e Danzica. In porti giapponesi, infine, 4 sommergibili, 2 cannoniere e l’incrociatore ausiliario Calitea. All’annuncio della firma dell’armistizio a Genova e La Spezia, la prima reazione è quella di affondare le navi, ma dopo un colloquio telefonico tra l’ammiraglio Bergamini, comandante la squadra, e il capo di Stato Maggiore della marina, ammiraglio De Courten, la mattina del 9 settembre la squadra navale, secondo il suggerimento di De Courten, prende il mare alla volta dell’Isola della Maddalena, presso le coste nord-orientali della Sardegna. Nelle primissime ore del pomeriggio la squadra è in procinto di entrare nell ‘estuario del l’isola quando giunge all’ammiraglio Bergamini un messaggio urgente di Supermarina con l’ordine di invertire la rotta e di puntare in direzione di Bona, in Algeria.E' successo che in mattinata i tedeschi hanno occupato la Maddalena e predisposto un piano per impadronirsi delle unità italiane. L’ordine viene eseguito immediatamente; la squadra fa rotta in direzione delle coste africane mentre i tedeschi, svanita la possibilità di catturare le navi da guerra italiane, rendono operativo il piano per il loro affondamento.
E infatti poco dopo le 15 una formazione di Junker attacca la squadra navale dell’ammiraglio Bergamini, senza peraltro conseguire risultati concreti. Verso le 16 un altro gruppo di bombardieri DO-217 è sulle unità italiane. L’attacco questa volta ha successo, e ne fa le spese proprio l’ammiraglia, la corazzata Roma che, colpita da due bombe-razzo teleguidate alle 15,52, cola a picco in 28 minuti. Dei 1849 uomini dell’equipaggio, 1253 perdono la vita: tra questi il comandante la squadra ammiraglio Bergamini e tutto lo stato maggiore. Il comando passa all’ammiraglio Oliva, che è l’ufficiale più anziano, con insegna sull’incrociatore Eugenio di Savoia. La squadra fa rotta in direzione sud e nella mattinata del 10 settembre entra nel porto della Valletta a Malta, dove già hanno trovato rifugio le unità della flotta dislocata a Taranto e dove giungerà il giorno dopo, 11 settembre, la corazzata Giulio Cesare. Per la flotta italiana la guerra continua al fianco degli Alleati. Dal 10 giugno del 1940 l’Italia ha perduto (nel Mediterraneo) circa 3 milioni di naviglio mercantile (vale a dire più dell’80 per cento di tutta la flotta mercantile) e quasi 300 mila tonnellate di naviglio da guerra con 28.937 marinai.
digilander.libero.it
8 settembre 1943
| inviato da Hurricane_53 il 8/9/2010 alle 9:0 | |
7 settembre 2010
Il popolo palestinese: una trovata geniale! ...

Sono queste le motivazioni "politiche" che si celano dietro alla trovata del “popolo palestinese”? Zahir Muhsein fu un leader dell’OLP tra il 1971 ed il 1979. La cosa che rende importante la sua conoscenza è racchiusa in un’intervista che Zahir Muhsein rilasciò al giornale olandese Trouw nel Marzo 1977, in cui affermò: “Il popolo palestinese non esiste. La creazione di uno stato palestinese è solamente un mezzo per continuare la nostra lotta per l’unità araba contro lo Stato d’Israele. In realtà oggi non c’è differenza tra giordani,palestinesi, siriani e libanesi. Oggi parliamo dell’esistenza di un popolo palestinese per ragioni politiche e strategiche poichè gli interessi nazionali arabi richiedono che venga assunta l’esistenza di un distinto “popolo palestinese” da opporre al sionismo.Per ragioni strategiche la Giordania, che è uno stato sovrano con confini ben definiti non può vantare diritti su Haifa e Jaffa mentre io, come palestinese, posso senz’altro vantare diritti su Haifa, Jaffa, Beersheva e Gerusalemme. Comunque nel momento in cui i nostri diritti saranno riconosciuti non attenderemo nemmeno un minuto per unire la Palestina alla Giordania”. E sentiamo che cosa dichiarò Jasser Arafat lo stesso giorno in cui firmò la "Declaration of Principles" nel giardino della Casa Bianca nel 1993, spiegò la sua azione alla TV Giordana. Ecco che cosa disse: "Visto che non possiamo sconfiggere Israele con la guerra, dobbiamo farlo in diverse tappe. Prenderemo tutti i territori della Palestina che riusciremo a prendere, vi stabiliremo la sovranità, e li useremo come punto di partenza per prendere di più. Quando verrà il tempo, potremo unirci alle altre nazioni arabe per l'attacco finale contro Israele". Ci sono solo ragioni politiche? Dal 1993, l 'Unione Europea ha destinato oltre 2 miliardi di Euro direttamente e indirettamente all'Autorità Palestinese (AP). Gli Stati membri hanno donato nello stesso periodo ulteriori 2 miliardi di Euro, con l’idea di permettere la costruzione di una rete di infrastrutture economiche che potesse sostenere un futuro stato palestinese Nel 2004 sono stati versati dall’UE 250 milioni di euro (una somma equivalente era stata versata l'anno precedente). Nel 2008 l’ANP ha ricevuto un sostegno dall’Europa pari a 420 milioni di euro ma, aggiungendo quello americano, la cifra lievita fino a raggiungere il miliardo di euro. Questi fondi hanno invece alimentato – grazie allo scarsissimo controllo da parte di chi eroga tali fondi - furti, appropriazioni indebite, corruzione, terrorismo, incitamento all'odio e chissà cos’altro, non certo il popolo palestinese, dove (dati 2008) Il 30,8% delle famiglie palestinesi vive sotto la soglia della povertà, il 18,5 % in condizioni di miseria. A Gaza il popolo palestinese non se la passerebbe meglio se è vero che il 79% dei nuclei familiari vive in povertà eppure, quando nel luglio 2010, il Presidente Obama si offerse di inviare a Gaza dei generi alimentari, la risposta di Bassam Naim, responsabile della sanità per il "governo" di Hamas fu lapidaria: “Qui a Gaza abbiamo numerose qualità di generi alimentari, possiamo anche esportarli negli Stati Uniti a prezzi simbolici. Non vogliamo la maionese di Obama, non vogliamo l'elemosina”. Chi trae beneficio da questa trovata? Alla sua morte Arafat lasiò una montagna di denaro (circa 4 miliardi di dollari) che il leader palestinese avrebbe distribuito in conti bancari sparsi tra Tel Aviv, Londra e Zurigo. Abu Mazen avrebbe inoltre assicurato alla vedova Suha una rendita di 22 milioni di dollari l'anno. Hamas non è certo meglio dell’ANP, se nel ‘97 la stampa dichiarò che erano spariti 50 miliardi (di lire d’allora) nei conti del movimento palestinese Hamas, meta' del tesoro, in un intrigo internazionale che vedeva protagonisti i duri seguaci di Hamas, maghi della finanza, banchieri che si muovevano tra i rifugi fiscali dei Caraibi e quelli tra i monti svizzeri. Rielaborato da Hurricane 53, tratto da Corriere della Sera, Informazione Corretta, associazioneticinesedei.forumcommunity.net, Focus on israel.com L’Occidentale, Il vangelo.org, antenne di pace
7 settembre 2010
Gheddafi e gli smemorati della Sirte

Se la coerenza è la virtù degli imbecilli, i compagni del Pd sono molto smart. Sì, insomma, cambiano idea a seconda della loro posizione di governo o di opposizione. Cinismo, realpolitik o sindrome del voltagabbana? Avvenne per la guerra: «giusta » quella fatta da Massimo D’Alema nella ex Iugoslavia, «sbagliata» se fatta in Iraq con il premier Silvio Berlusconi, di nuovo giusta in Afghanistan sotto il governo Prodi, «inutile» la stessa guerra con l’attuale governo. E così è stato per il giudizio sulla visita di Muammar Gheddafi. «Un teatrino patetico», «Una visita dai toni umilianti» ha detto il capo del Pd Pier Luigi Bersani. Lo stesso che il 12 giugno 2009 ai giovani della Confindustria disse: «Con la Libia c’è uno scenario di relazioni nuovo, costruito in lunghi anni di lavoro. Credo che questo possa essere messo al concreto delle relazioni economiche lavorando con calma a riflettori spenti». Prendiamo l’accordo Italia-Libia sul blocco degli emigranti. Lo ha firmato il Cav, ma la trattativa era iniziata nell’agosto 2004 con il governo Prodi. E l’autostrada costruita a spese italiane per compensare le nefandezze del colonialismo? L’accordo fu firmato nell’aprile 2007 tra il colonnello e il ministro degli Esteri D’Alema in un clima di collaborazione. Stesse persone, ma opinioni diverse. Un vero partito di lotta e di governo. Fabrizio Paladini Panorama
7 settembre 2010
Il Web boccia la scuola italiana
Secondo un'indagine online, gli studentinon si trovano a loro agio in classe. Edifici cadenti, materie noiose estrumenti antiquati sono le cause.  Secondo un'indagine promossa dall'associazione Comunicazione Perbene, gli studenti italiani di medie e superiori sarebbero estremamente insoddisfatti della scuola: ben il 73% non si sente a proprio agio in classe, mentre il 21% la considera addirittura un luogo di tortura. Le materie sono noiose, i programmi antichi (lo dice il 56%), e i metodi d'insegnamento tradizionali (come se quest'aggettivo fosse negativo; lo pensa il 49%). Gli studenti insoddisfatti propongono ancherimedi: utilizzare in classe smartphone,iPad e videogiochi (secondoil 67%) ma anche creare murales per colorare le pareti (31%) ed eliminare i professoripiù anziani per sostituirli con colleghi più giovani (panacea indicata dal35%). L'apertura di questa indagine dipinge un quadropiuttosto miserevole della scuola italiana - della quale peraltro, è ben rarosentir parlare bene - ma in realtà anche il metodo scelto per condurre lo "studio"lascia un po' perplessi: i 1600 studenti il cui pensiero Comunicazione Perbene ha raccolto non si sono espressi direttamente. In realtà i dati, in base ai quali sono statecalcolate le percentuali, derivano da "unmonitoraggio su blog, forum, community specializzate sulla scuola e sui piùimportanti social network, tra cui Facebook e Twitter", come afferma il documento di presentazione dell'indagine stessa: in altre parole, si potrebbe dire che in un unico calderone sono finiti pareri ponderati insieme a pettegolezzi, critiche costruttive mescolate con sfoghi, denunce di lacune concrete unite a mancanze peculiari di singoli professori. Ecco così spiegato il motivo per cui ben il 23%degli studenti si lamenta perché si vede la dentiera del professore quando parla, o perché il 31% parla del fatto che il professore "va vestito come uno del medioevo" (qualunque cosa ciò significhi) come uno dei guai più seri della scuola. E se conoscere un docente che espone "con una cantilena che ti faaddormentare" (46%) ècertamente deleterio per la voglia d'imparare, altre obiezioni francamente sonoun po' debolucce: il 65% non capisce perché "studiareil pensiero di uno che è morto 500 anni fa" (e forse avrebbe dovuto scegliereun'altra scuola) mentre il 52% trova assurdo imparare "formule matematiche incomprensibili e che non servono a nulla" (52%), senza sospettare che, se le formule sono incomprensibili, forse dipende più dalla sua scarsa preparazione che non dalle formule stesse. Più interessanti le proposte di chi vede nellenuove tecnologie un mezzo per ridurre il carico di libri sostituendoli con supporti digitali (65%) grazie aiquali accedere a modalità d'istruzione che possano andare oltre e integrare itesti scritti. Per altri, le migliorie tecnologiche andrebberoapplicate soprattutto all'ora di educazione fisica, dove il 73% vorrebbe videogiochi con controller chericonoscono il movimento (e non è detto che l'idea non abbia dei meriti) mentreil 53% sogna dei videogiochi interattivi per sfidarsi con i compagni sul programma studiato. Ci sono, infine, le lamentele che riguardano lo stato di salute di strutture e strumenti: il 61% descrive le classi come fatiscenti e il 43% trova i colori deprimenti; ancora peggio sono messi banchi e sedie, scomodi e spesso in stato pietoso per il 71%, anche se viene il sospetto che, oltre all'obsolescenza naturale, abbia a che fare con lo stato dei banchi anche l'uso improprio di cui a volte sono fatti oggetti. Il 73% chiede poi che le aule computer, quando ci sono, siano utilizzabili, mentre il 51% sostiene che per trovarsi meglio a scuola altro non serva se non una sala ricreativa dove possono entrare solo i ragazzi e fare ciò che vogliono. ZeusNews
7 settembre 2010
Fini, ma chi ti credi di essere? Di Ercolina Milanesi

Solitamente sono educata e rispettosa nei miei articoli, oggi non me la sento proprio, chiedo scusa ai lettori. Innanzi tutto l’infame sei proprio tu, non hai il minimo di dignità, ti credi un essere superiore mentre sei il contrario. Con quale coraggio dopo mesi di assenza dalla politica oggi ti sei presentato al pubblico come se fossi sceso dal cielo per portare ai terrestri la manna? Hai cercato di imitare Almirante, ma Lui era un oratore nato, mentre tu non potrai mai essere pari Suo. Sei la copia perfetta di Di Pietro che non sa parlare d’altro che di Berlusconi, come hai fatto tu nei tuoi sproloqui dissennati. Hai accennato ai giornali di Feltri che ti attaccano sulla tua famiglia. Ma è solo verità quello che scrivono i giornali, caro Fini. Tu sei convinto che gli italiani siano tutti dei cretini, ma ti sbagli. Non ho mai voluto scrivere sulle vicende private, ma ora è arrivato il tempo. Ti sei preso tutto il patrimonio del M.S.I. che era immenso, donato dai veri fascisti come la sottoscritta che ha rinunciato ad un vestito per dare i soldi per le sedi del M.S.I. e come me tantissimi giovani. E che fine ha fattoil patrimonio? Te lo sei pappato tu ed hai avuto la spudoratezza di dare parte dell’eredità Colleoni alla famiglia della tua concubina. Però non lo hai detto oggi, taci sempre quando si tratta di pecunia che non ti appartiene. Ed hai il coraggio di fare lo stupito se i giornali parlano dei Tulliani, di cui uno si è impossessato di un appartamento a Montecarlo che era del M.S.I. Svicolando, con la tua solita scaltrezza, hai fatto del Presidente del Consiglio il capro espiatorio della crisi attuale. Che faccia tosta, proprio tu che dovresti baciare il terreno dove passa Berlusconi con tutto il bene che ti ha fatto, le umiliazioni subite per parte tua che ti ha sempre difeso, quando in molti lo avevano avvisato di non fidarsi di te, voltagabbana, lo continui a criticare. Vergogna! Hai idea di come sei giudicato non solo dai missini ma anche da molti italiani per il tuo comportamento anomalo per non dire schifoso? L’ho detto e ci sta anche bene! Della tua vita me ne frego, fai pure partiti e partitini quanti ne vuoi però restituisci quello che hai rubato al M.S.I. Se te lo sei già fatto fuori hai una donna che è piena di soldi (sinchè Gaucci non vincerà la causa perché è stato fregato dalla sua amante) che ti potrà aiutare per risarcire il partito di Almirante, non tuo. Non mi fa affatto piacere che le paghette dei ragazzi e miei siano divenuti di proprietà di una famiglia che non conosco e non merita conoscere. Potevi non fare il concione prolisso e pomposo a Mirabello, ti è servito solo a farti fare un’altra pessima figura in più. E ne hai già fatte parecchie. Ercolina Milanesi
7 settembre 2010
Gianfranco Fini, professionista nel gioco politico italiano - Le Figaro - Traduzione Hurricane 53
Il presidente della camera dei deputati ha proposto unpatto a Silvio Berlusconi per portare al termine la legislatura. 
Domenica sera Gianfranco Fini ha proposto a SilvioBerlusconi “di dare vita ad un patto che permetta di arrivare fino alla fine della legislatura”, nel 2013. In un importante discorso, durato oltre un'ora e che segnava il suo rientro politico dopo un'estate infiorata da accuse ed insulti, il presidente della camera dei deputati ha affermato che non intendeva impedire al presidente del Consiglio di governare. “E' un suo diritto ed è necessario che lo possa esercitare liberamente”. Per chiarire la sua posizione, Fini ha aggiunto che non intendeva né fare scissioni, né cambiare campo alleandosi con la sinistra, ma neppure tentare di formare una maggioranza che si collochi al centro della scacchiera politica. In compenso ha criticato duramente la sua recente espulsione per “incompatibilità politica” dal “Popolo delle libertà” (PDL), il partito di Silvio Berlusconi di cui era cofondatore. Un atto, secondo il suo punto di vista, “autoritario, profondamente antiliberale, degno dello stalinismo”. Il “PDL è finito, il PDL non esiste più”, ha ripetuto. Gianfranco Fini non è stato più morbido con il capo dell'esecutivo, accusato di “appiattirsi” davanti al suo alleato della lega Nord e di “genuflettersi” davanti al colonnello Gheddafi. Un modo di far comprendere che non intende affatto lasciarsi intimidire: “Governare non significa comandare” ha affermato. E di chiedere a Silvio Berlusconi di rispettare il Parlamento, “poiché in una democrazia, i poteri devono restare equilibrati”. Molto applaudito da diverse migliaia di sostenitori, riuniti nella piccola località di Mirabello, non lontano da Ferrara (Italia del Nord-est), Gianfranco Fini ha indicato il cammino intende seguire con i suoi. Riforma della giustizia Sulla giustizia, difenderà la norma che preserva la funzione del capo del governo nell'esercizio delle sue funzioni “senza offrirgli d'altro canto un'impunità permanente”. Auspica, tuttavia, che la riforma della giustizia “non sia realizzata contro la magistratura”; una critica diretta degli attacchi violenti del presidente del Consiglio contro alcune Corti. Altro tema sensibile: il federalismo fiscale, caro alla LegaNord. Gianfranco Fini non si opporrà a condizione che sia “equo e solidale” e“non vada a scapito del mezzogiorno”. Tra una settimana, Silvio Berlusconidovrà chiedere la fiducia del Parlamento al governo su cinque riforme(giustizia, fisco, federalismo, mezzogiorno e sicurezza) che considera fondamentali. Nel tono piuttosto conciliante, il discorso di Gianfranco Fini, aumenta l'ipoteca di elezioni anticipate a breve. Il presidente della camera si è quindi dichiarato convinto che il “realismo” del presidente delConsiglio avrà la meglio e che saprà “mettere da parte qualsiasi forma di ostracismo” nei suoi confronti. I pretoriani di Berlusconi hanno reagito sostenendo divedere in questo discorso solo “una provocazione” ancor prima di criticare la sua “incoerenza”. Resta da vedere se il presidente del Consiglio la penserà allo stesso modo. Nei sondaggi, il PDL non naviga più al 38% come in occasione delle elezioni del maggio 2008, ma è sceso sotto il 30%. Richard Heuzé Le Figaro Traduzione Hurricane 53
6 settembre 2010
Pace in Medio Oriente? Non può esserci, l’Iran non la vuole

Khamenei uomo di ... pace La posizione dell’Iran sui negoziati di pace in Medioriente è chiara; queste le parole del presidente iraniano: i negoziati "sono nati morti" ha detto Ahmadinejad durante un discorso pronunciato a Teheran nel corso della 'giornata per Gerusalemme' a sostegno dei palestinesi, "I popoli della regione sono capaci di far sparire il regime sionista dalla scena"internazionale" ed ha aggiunto ‘‘La questione palestinese non può essererisolta con il dialogo. La resistenza è la sola strada percorribile”. Migliaia di lavoratori, donne e studenti mobilitati dalla propaganda sono scesi in strada a sostegno del presidente iraniano e dell’ayatollah Ali Khamenei, algrido di morte ad Israele e agli Stati Uniti. Lo stessocopione andato in scena a Beirut, dove Hassan Nasrallah, leader di Hezbollah (guarda caso un altro movimento saldamente foraggiato dalla nazione iraniana), intervenendo sul solito maxischermo eben al sicuro nel suo rifugio segreto, in occasione della festa sciita di"Yom al Quds", dedicata a Gerusalemme, ha detto (peccando un di fantasia e ripetendo – guarda caso - esattamente le parole di Ahmadinejad): "questi negoziati nascono morti. Sono ridicoli, l'esperienza degli ultimi 17 anni dimostra che ogni tentativo leggittima soltanto l'entità sionista.Israele è uno stato immorale e la Palestina dal Mediterraneo al Giordano appartiene al popolo palestinese". Da ultimo anche Hamas, il fedele servitore del “padrone iraniano” ha risposto ai comandi di Teheran: 13 gruppi armati palestinesi si sono riunitie hanno dichiarato che non si sentiranno in dovere di seguire qualsiasidecisione politica venga presa in proposito. A lanciare il messaggio è statoAbu Ubeyda, portavoce delle Brigate Ezzdin di al-Qassam, la forza armata diHamas. La nuova alleanza è decisa a colpire con vigore e decisione: Abu Ubeyda ha detto infatti che il nuovo gruppo armato colpirà "il nemico sionista in qualsiasimomento e in qualsiasi luogo". Ormai solo uno sprovveduto o chi è in malafede non può non aver ancora compreso che Teheran stia servendosi di terzi con il solo obietttivo di distogliere l’attenzione della comunità internazionale dalle proprie mireespansionistiche, dove la cancellazione dello Stato ebraico rappresenta solo untassello, perchè l’Iran intende espandere l’egemonia sciita sull’interaregione, come ormai già è chiaro a diversi leader arabi, che non vedonofavorevolmente tutto ciò. In questo contesto stupisce la posizione attendistadel mondo occidentale, che si ostina a dialogare (facendosi sistematicamenteprendere in giro), intrecciando minuetti fatti di mezze sanzioni e prove di confronto diplomatico civile che fanno solo il gioco dei mullah: prendere tempo per portare avanti i propri disegni. Continuare a ritardare un intervento armato per arginare i mullah, significa solo rimandare una decisione inevitabile, che giorno dopo giorno, diventa sempre più onerosa in termini di conseguenze, perchè quel paese diventa sempre più forte e conta sempre più alleati tra la popolazione della regione, intestardirsi nel rifiutare questo concetto è la più grave responsabilità del mondo occidentale. Hurricane 53
6 settembre 2010
Ahmadinejad: lo chiamavano bocca di rosa
E’ opinione largamente condivisa che la diplomazia non sia una delle principali qualità di Mahmoud Ahmadinejad e chi lo ascolta sa che, nei suoi discorsi, la sorpresa è spesso dietro l’angolo. Ma il 2 agosto il presidente si è superato e la platea dapprima scossa da gridolini di stupore e imbarazzo si è infine sciolta in una risata sguaiata e liberatoria. Un’ilarità irresistibile determinata non tanto dal bersaglio dell’ironia di Ahmadinejad – il consueto Grande Satana – quanto dall’espressione scelta dal presidente per schernirlo.
“Lui (Barack Obama) non ha colto molte opportunità che gli si sono presentate – ha esordito il presidente – ora (riferendosi a Wikileaks, ndr) pubblicano documenti secondo i quali la loro disfatta in Iraq e in Afghanistan è da imputarsi all’Iran e non si accorgono che così facendo innalzano il nostro status”. Ma addossare la colpa a Teheran – ha proseguito il presidente – è una tattica che non paga più. A questo punto la platea è pronta per una nuova spericolata invettiva. Una frase perentoria e minacciosa che vaticini il tramonto della civiltà occidentale e rinsaldi lo spauracchio delle magnifiche sorti nucleari della Repubblica islamica. Dopo una pausa sapientemente calibrata, l’attesa si dimostra tutt’altro che vana, ma dalla bocca di Ahmadinejad escono parole che è eufemistico definire irrituali. “Mameh-ro lulu bord” – ha detto – se gli sporchi giochi dell’America non sortiscono più alcun effetto è perché, letteralmente, “l’uomo nero si è preso la tetta” , una frase con cui le mamme negano il seno ai bimbi durante lo svezzamento, un’espressione gergale, inusitata e volgare sulle labbra di una delle massime cariche dello stato.
Per capire lo sconcerto dell’uditorio di Ahmadinejad occorre tenere presente che tra il persiano forbito della letteratura e della filosofia e quello basso della strada si spalanca un abisso. Anche se la rivoluzione con la sua pretesa di spazzar via duemila anni di vestigia aristocratiche ha contribuito a livellare il linguaggio e il farsi odierno, rispetto a quello di trent’anni fa, è infarcito di espressioni che nell’ancien régime sarebbero state considerate sprezzantemente “dehati” (contadine), la cadenza di una parola e la scelta di una metafora piuttosto che di un’altra restano ancora un barometro della posizione sociale di chi le pronuncia. Del resto, in una cultura in cui gli eroi nazionali più riveriti non sono condottieri ma poeti, non c’è da stupirsi che anche i mullah non possano resistere alla tentazione di richiamare accanto ai passi del Corano i versi di Hafez, Rumi e Saadi. La retorica politica iraniana è circonvoluta, tradizionalmente infarcita di iperboli, rimandi sapienti alla storia e alla tradizione sciita. “Mameh-ro lulu bord”, una citazione che evoca plasticamente il seno in uno stato in cui le donne non possono scoprire nemmeno i capelli, è una frase che non può avere diritto di cittadinanza sulla bocca di un presidente della Repubblica islamica. Eppure Mahmoud Ahmadinejad non solo lo ha detto, ma ha rincarato la dose suggerendo agli Stati Uniti di “versare l’acqua dove c’è il bruciore”, un’espressione che allude “al sedere in fiamme” di chi si rode per l’umiliazione di una vergognosa sconfitta. Come era prevedibile la sortita del presidente ha fatto molto rumore. Una pagina di Facebook intitolata “vogliamo indietro la tetta portata via dall’uomo nero” ha attratto in pochi giorni più di 10 mila adesioni. I più conosciuti slogan rivoluzionari sono stati riveduti e corretti per introdurre la parola dello scandalo “mameh”. Una petizione canzonatoria che ha fatto il giro di tutte le scrivanie che contano ha reso noto che d’ora in poi la tv di stato manderà in onda gli interventi del presidente soltanto dopo la mezzanotte per essere certi che i bambini siano già a letto.
La volgarità di Ahmadinejad è naturalmente divenuta il tema del giorno tra i suoi nemici. A capeggiare le fila dei detrattori il plenipotenziario alla Giustizia Sadegh Larijani, fratello del presidente del Parlamento e membro di uno dei più influenti clan clericali. “Come cittadino mi aspetto che la lingua adottata dal presidente sia matura e misurata”, ha sentenziato Larijani, rivelando di avere spesso invitato il presidente a conformarsi a un eloquio più consono. Ma le rimostranze dei rivali di Ahmadinejad – personaggi che “lo spazzino degli iraniani” non perde occasione di descrivere come tracotanti Soloni – erano scontate, difficile credere che il presidente non avesse presagito una reazione. C’è una buona ragione se Ahmadinejad si è esposto a vincere il trofeo di protagonista indiscusso delle barzellette più surreali di questa estate persiana, anche perché, come sottolinea Abbas Milani, direttore dell’Iranian Studies Program di Stanford, Ahmadinejad è meno naïf di quanto appaia. “A volte – dice Milani – usa il linguaggio di un mullah di campagna, in altre circostanze, per esempio a colloquio con dei teologi, cambia radicalmente registro. Ahmadinejad è stato un astuto osservatore dello stile di Khomeini e ha compreso che la comunicazione è uno strumento molto molto potente”.
Nel video della campagna elettorale che nel 2005 lo presenta alla platea nazionale Ahmadinejad mostra i tratti del populismo scaltro che è croce e delizia della sua esperienza politica. Il futuro presidente è ritratto in una casa modesta con tappeti a buon mercato e pochi mobili di scarsa fattura. Alle immagini del parco ménage del candidato-pasdaran vengono contrapposte le istantanee della residenza fastosa dell’ex sindaco di Teheran Karbaschi, accusato di avere dilapidato centinaia di migliaia di dollari tra stucchi e specchiere del suo quartier generale. Dopo il trionfo elettorale Ahmadinejad si compiace di sottolineare la distanza che lo separa da Khatami. Lontananza estetica – di Khatami si ricorda la vezzosa predilezione per un abilissimo sarto di Qom, di Ahmadinejad il vestito dozzinale color cachi acquistato stando ai ben informati a Shams al Emareh – e lontananza geografica – Khatami riceveva nel palazzo di Sadabad, Ahmadinejad predilige l’anonimo compound sulla via Pasteur.
Ma il mito della frugalità di Ahmadinejad nasce lontano da Teheran, per carpire l’intenzione dietro le parole del presidente bisogna inoltrarsi nel deserto salato di Dasht e Kavir e lambirne il limite settentrionale fino al villaggio di Aradan dove il presidente nacque 53 anni fa. A parte i grandi cartelloni che onorano i 338 “martiri” del distretto morti nella guerra Iran-Iraq, Aradan non è cambiata molto da quando il padre di Ahmadinejad caricò la macchina per tentare la fortuna a Teheran con la moglie e quattro dei suoi sette figli (il quarto era proprio Mahmoud). La casa che diede i natali al presidente iraniano oggi è un rudere di fango e mattoni dove si tirano su i polli. Gli Ahmadinejad tornano di rado soltanto in occasione di cerimonie di famiglia, ma ad Aradan i parenti rimasti vanno fieri del legame con il presidente. “Il padre di Mahmoud era un uomo molto devoto – ha raccontato il cugino Ali Agha Sabaghian – nonostante fosse analfabeta ogni anno in occasione del Ramadan guidava delle classi coraniche”. Anche gli Ahmadinejad allora si chiamavano Sabaghian, un cognome che significa “maestri-tintori” di tappeti e kilim. Secondo i familiari la transizione da Sabaghian ad Ahmadinejad fu determinata proprio dal desiderio di un nome più rispondente al fervore religioso della famiglia: Ahmadinejad vuol dire “della genia di Ahmadi”. Ahmadi è un cognome popolare che a sua volte deriva da Hamd, ossia “la lode di Dio”. Cambiare cognome per chi si spostava da un villaggio alla capitale era anche un modo per nascondere la modestia delle origini. “Sono nato in una famiglia povera – ha scritto Ahmadinejad sul suo blog – in un villaggio sperduto, in un tempo in cui ricchezza era sinonimo di dignità e vivere in città l’acme della sofisticazione”. Ad Aradan nel 2005 quasi tutta la cittadina votò per il celebre conterraneo e la sua vittoria elettorale fu celebrata con un trionfo di luci e festoni colorati. Tuttavia come racconta Kasra Naji nel suo “Ahmadinejad. The secret history of Iran’s radical leader” a un anno dal plebiscito i suoi poster erano già stati rimossi.
Ad Aradan si erano stancati di aspettare l’acqua potabile che Ahmadinejad aveva promesso durante la campagna elettorale. Sono le promesse non mantenute di tutte le altre Aradan di Iran, il tallone d’Achille che sta erodendo come un cancro il potere di Ahmadinejad. Dal 2005 al 2009 il presidente ha girato il paese in lungo e in largo. Nella maggior parte dei luoghi che ha visitato ha invitato il pubblico a rivolgersi a lui direttamente. Serve un nuova diga? Un palazzetto dello sport? Un’università? Una palestra con strutture separate per maschi e femmine? Una volta nel corso di una tappa ripresa dalla tv, il presidente ha chiesto al governatore locale quale fosse il budget della sua città. Alla risposta del funzionario, Ahmadinejad ha garantito: “Può considerare il suo bilancio raddoppiato da oggi stesso!”. Il giornalista del Financial Times Najmeh Bozorgmehr, dopo avere accompagnato Ahmadinejad per lunghi tratti delle sue peregrinazioni, ha calcolato che soltanto nella tappa della provincia di Fars il presidente aveva assicurato contributi per oltre tre miliardi di dollari. Nessun esponente della Repubblica islamica si era mai dimostrato più sensibile ai bisogni delle province iraniane, Ahmadinejad è stato esaltato come il vendicatore degli ultimi, il primo presidente impermeabile alle tentacolari seduzioni di Teheran. Gli ambasciatori di Khatami erano suadenti imbonitori di un Iran ripulito e presentabile, che citava Popper e Kant, i collaboratori di Ahmadinejad non si sforzano di piacere agli stranieri, ricevono i giornalisti calzando sandali di gomma e parlano del Mahdi anche quando certe prospettive esoteriche mettono il governo in cattiva luce. Alla prova dei fatti però gli uomini dimessi hanno deluso l’Iran rurale quanto quelli imbevuti di sofisticherie occidentali. Ombre di nepotismo e corruzione sono tornate ad addensarsi sui palazzi del potere di Teheran e lo scarto tra le aspettative e la realtà ha sbalzato l’uomo della provvidenza giù dal suo piedistallo. Per difendere la propria leadership ad Ahmadinejad non resta che tornare alle origini, percorrendo a ritroso la strada intrapresa da suo padre.
Essere meno Ahmadinejad e più Sabaghian. Meno mistico e più pratico. Incarnare l’ideale di un leader che parla come mangia e si fa beffe delle convenzioni quando le convenzioni non sono che rituali vuoti di senso. E così il campione del panislamismo militante, il presidente che alle Nazioni Unite si credeva illuminato dall’alone di luce del Mahdi, riscopre la libertà del virile bulletto di quartiere che, con la minaccia dei muscoli, intimidisce i prepotenti nei vicoli. E anche in alcuni iraniani piuttosto sofisticati alberga per un istante un briciolo di soddisfazione quando i politici di potenze straniere che hanno sempre trattato l’Iran come una pedina degli scacchi vengono apostrofati da Ahmadinejad come “bugiardi, quadrupedi e capre” . “Con lo stesso linguaggio criticato da Larijani – assicura il fedele Javanfekr – Ahmadinejad lotta da solo per i diritti degli iraniani”. Bisogna avere avuto a che fare con il tarof in Iran per percepire quanto possa essere affascinante l’idea di una vita dispensata dalla sua articolatissima etichetta. Il tarof è una babele di regole di buona educazione e ospitalità, un antico codice poetico che permette di evitare il rude scontro con la verità e al contempo un sottile gioco di potere, un esercizio di finta modestia e una manifestazione di orgoglio talmente esasperato da essere dissimulato in umiltà. L’Iran è un paese complicato in cui un tassista dopo averti portato a destinazione può insistere per cinque minuti che non vuole essere pagato, perché “ghabel nadare”, espressione che sta per “prego, vada ”, ma letteralmente significa anche “questo servizio non è degno di voi”. Ovviamente tu devi insistere e insistere, anche supplicare, finché il tassista con tono riluttante ti concede di pagare la corsa. In ogni famiglia iraniana si racconta di qualche forestiero poco versato nell’arte del tarof che finisce per uscire dal taxi senza pagare e dopo un’ora viene denunciato per furto alla polizia.
A colloquio con un altro potente membro del clan Larijani, il brillante Javad Ardeshir, la decana del New York Times Elaine Sciolino gli domandò come mai il Parlamento non avesse mai diffuso le conclusioni della sua indagine sulle Bonyad, le fondazioni che reggono buona parte dell’economia iraniana. “C’è una realtà nascosta, un’ipocrisia che mantiene la pace”, le rispose Larijani. “Questo significa proteggere la dignità dell’altro. Gli architetti non costruiscono case di vetro in Iran. Se non parli di tutto apertamente, è meglio. Riuscire a mantenere un segreto, anche se per farlo devi trarre in inganno, è considerato un segno di maturità. E’ saggezza persiana. Non dobbiamo essere perfetti. Tutti mentono. Allora tanto vale essere dei buoni bugiardi”. Nessuno sa interpretare con più creatività l’arte del tarof del clero iraniano, ma si tratta di una reputazione che buona parte degli iraniani ritengono poco lusinghiera. L’Iran sta cambiando. Per i giovani il tarof è un’eredità scomoda, retaggio di una cultura patriarcale e autoritaria, per gli uomini d’affari un polveroso ingranaggio che rallenta l’economia. Chi arriva a Teheran da Los Angeles, la più iraniana delle città americane, si stupisce nel constatare che nella capitale ci si ribella ai modi antichi e che la dittatura del tarof è più potente in certe nostalgiche comunità della diaspora. Di converso lo show più amato e discusso su Voice of America è “Parazit”, un programma satirico in cui il conduttore Kambiz Hosseini – descritto come la risposta iraniana a Jon Stewart – fa domande impensabili per un iraniano di buona creanza. Pretende di sapere dal suo direttore se è un agente in sonno della Repubblica islamica, chiede ad Arsham Parsi, attivista iraniano per i diritti omosessuali, se è proprio il momento di insistere con le loro rivendicazioni, cerca di far confessare all’ex anchorwoman della Cnn Rudi Bakhtiar che in un’occasione è stata morbida verso Ahmadinejad nella speranza di poter continuare a viaggiare liberamente in Iran. “La chiamano satira. Spesso diciamo solo quello che ci detta il buonsenso, ma la verità spaventa meno quando si traveste da buffonata. Il massimo sarebbe trasmettere il nostro spettacolo in diretta da Teheran. Ma quello – dice Hosseini – sarebbe un altro Iran”. A Teheran il presidente può fare a meno del tarof, ma gli iraniani ancora no. Ci sono limiti alla sincerità che può tollerare il nuovo Ahmadinejad-Sabaghian.
6 settembre 2010
Preti e suore tecnologici, anche in clausura: la fede 'sbanca' il web
Secondo un'indagine risultano sempre piu' di 'fede' innovativa gliuomini di Chiesa C'e' anche chi invoca intercessioni via Internet

C'era un tempo per ibreviari e le invocazioni, per i rosari e per le confessioni. Dalla sorella incerca di vocazioni al monastero dei padri Silvestrini che assegna il Nobelvirtuale al personaggio del secolo, aumentano i religiosi 'contagiati' dalle nuovetecnologie. Già ci sono le Messe on-line, a quando le confessioni su Facebook o le comunioni via e-mail? Paolo Borrometi La Voce
6 settembre 2010
Il tratto di Fini sarà l'ambiguità
Una collocazione difficile su temi etici, immigrazione e giustizia
Non sembra godere eccessivo successo Gianfranco Fini nei sondaggi che, chiusa l'assenza agostana, ricominciano ad apparire sui giornali. In verità si ondeggia da una media del 2 per cento (il Giornale, lietissimo di stroncare il detestato nemico estivo), al 4,5 per cento (Libero, che pure non manca di deridere il potenziale seguito di Fini), sino al 7 per cento (Generazione Italia, invece soddisfatta del risultato, com'è logico).
Difficile operare concrete previsioni, sia perché le elezioni non si terranno il mese prossimo, sia perché nessuno può sape-re dove effettivamente si collocherà il presidente della Camera quando si andrà alle urne, con quale simbolo, con quali alleati, in quale polo. Tuttavia qualche riflessione s'impone. Tra gli attuali seguaci di Fini, come fra i suoi potenziali elettori, c'è una fetta che diremmo di destra tradizionale. Sono coloro che, per fare un esempio recente, non hanno gradito le buffonate di Muammar Gheddafi perché, per loro, il dittatore libico resta sempre il colonnello che espulse gli italiani (ancora da indennizzare compiutamente). Sono quelli che chiedono legge e ordine, e quindi si oppongono a qualsiasi forma di strisciante amnistia (leggi processo breve), così come non approvarono l'indulto nel 2006. Insomma, sono elettori che, lasciando stare sia il neofascismo sia i richiami al fascismo, s'inseriscono in un filone di destra che non ha approvato la fusione con Silvio Berlusconi. Tutti costoro, però, si trovano a fare i conti con un Fini che apre agl'immigrati, pure in termini di cittadinanza: ed è l'opposto di quel che vorrebbero. Alquanto simile è la posizione di quanti si richiamano all'unità nazionale, e quindi hanno in odio il secessionismo leghista. A costoro, che sono animati più da visioni ideali che non da concreti interessi e stanno nell'intera penisola, si uniscono gli antifederalisti che temono di perdere introiti pubblici, elettori ovviamente del Sud d'Italia. Delicata è la posizione di Fini sui problemi etici, posto che già nell'antico Msi, accanto a cattolici tradizionalisti, stavano accesi anticlericali. Non per nulla fra i seguaci di Fini, accanto a un radicale coerente quale Benedetto Della Vedova, stanno pure cattolici convinti. Probabilmente Fini non dovrebbe assumere, in materia, posizioni nette, per evitare ripulse dagli uni o dagli altri. Altrettanto ambigua è la collocazione sul versante economico. Il presidente della Camera ha espresso varie volte tesi sulla collaborazione fra capitale e lavoro che paiono avere ascendenze nella Repubblica di Salò, congiunte con la dottrina sociale della Chiesa e ritinteggiate con l'economia sociale di mercato. Quindi, se in campo politico Fini si professa liberale, liberista però non è. Teoricamente, un movimento finiano potrebbe pescare, grazie a simili ambiguità, un po' qua e un po' là, a destra come a sinistra. Si capisce pure perché non pochi osservatori ritengano che soltanto limitate frange di ex elettori del Msi e poi di An possano seguire Fini, cui viceversa si attribuirebbe un più solido successo fra elettori centristi e di centro-sinistra. Una considerazione che, invece, di rado viene fatta riguarda il seguito personale dei finiani. È assodato che sopra Roma il voto politico è prevalente in larghissima misura, mentre così non è da Roma in giù. Quale potrebbe essere la presa di parlamentari e amministratori locali finiani in Calabria o in Sicilia, per esempio, nessuno è in grado di valutare. Basterebbe por mente al potenziale seguito di Raffaele Lombardo per rendersi conto di quanto nel Mezzogiorno possano portare a casa candidati meridionalisti, antileghisti, antifederalisti, con un pacchetto di clientele alle spalle. Marco Bertoncini Italia Oggi
6 settembre 2010
L'Italia è stata fatta "all'italiana" ma né al Nord né al Sud conviene dividersi

Per Ernesto Galli Della Loggia, ilproblema fondamentale dei 150 anni d’Italia unita rimane quello, diventatoancora più deflagrante dopo la fine della Prima Repubblica, di come tenereinsieme Nord e Sud e, quindi, la necessità di un nuovo patto nazio\1nale. Laquestione è all’ordine del giorno del dibattito politico, ha preso il posto diquello su destra e sinistra: i finiani sudisti hanno accusato il Pdl diessersi appiattito sulla Lega e di mettere in pericolo la nazione, per laquale trepida ora anche la sinistra, dopo averne chiesto la scomparsa fino allafine dell’Urss. A prima vista, sembrerebbe possibile il nuovo Cnlanti-Berlusconi in difesa della nazione invocato da Bersani. Inrealtà, la sinistra è divisa: basta pensare al feeling di Chiamparino conla Lega e alle posizioni sul federalismo di Renzi a Firenze. Nord e Sud non ci guadagnerebbero adividersi: l’Italia senza Sud, come ha ricordato Angelo Panebianco, non sarebbepiù uno dei quattro grandi Stati europei, mentre un Sud secessionista andrebbeincontro alla catastrofe. Occorre renderci conto che nonostante la tantaretorica sui 150 anni unitari, una vera e propria unificazione dello Statonazionale territoriale in Italia non c’è mai stata, e quindi, casomai, l’Italiaandrebbe rifondata. Come ebbe a dire Croce, dopo Caporetto, l’Italia unita erasoprattutto scenografica: quella reale non era unita, responsabile, coesa, tesaallo stesso obiettivo. A differenza degli Stati nazionaliterritoriali che si formano in Europa tra ‘400 e ‘800, in Italia non si assisteall’emergere di un Principe, di uno Stato che s’impone sugli altri, sconfiggel’anarchia feudale locale e li costringe a riconoscere la propriasovranità. Il Regno di Francia non nasce in pochi anni con qualchetrattato diplomatico con l’Inghilterra, con una serie di plebisciti chesanciscono l’annessione al regno di importanti territori, né con una spedizionedei Mille in Bretagna, ma da conflitti come la guerra dei cent’anni perstabilire i confini. Per unificare territorialmente e politicamente Francia eGran Bretagna occorsero alcuni secoli. L’Italia unita del 1861 è improvvisata,all’italiana, appunto, e i protagonisti non si pongono il problema, come ifondatori dei contemporanei Stati Uniti, di darle un ordinamento adatto allesue peculiarità geografiche, politiche, economiche, diverso da quellocentralista francese. I padri fondatori italiani tentano di cucire addosso allapenisola un vestito che non le sta per niente, perché – tanto per esemplificareun problema – la Francia è Parigi, mentre l’Italia ha tante città importanti,alcune perfino ex capitali. Avendo dato una costituzione centralistaa una società localista e corporativa da secoli, il Paese è sempre stato quasiingovernabile. Non si è mai avuta la certezza di chi comandasse: il re o ilParlamento, il re o il Duce, i Presidente della Repubblica o il Presidente delConsiglio. In Italia non c’è un re o una regina come in Gran Bretagna che silimita a firmare le leggi, quando c’è un governo con maggioranza assoluta e noninterviene continuamente nella vita politica come il presidente Napolitano. Lasinistra si rivolge a Napolitano come se fosse il presidente di una repubblicapresidenziale, ma grida al tradimento della Costituzione e chiama alla difesacontro il nuovo fascismo, se si accenna alla necessità di una repubblicapresidenziale. Lo Speaker della Camera in Gran Bretagna e Stati Uniti noncritica continuamente il governo, come un leader dell’opposizione. SeNancy Pelosi non fosse d’accordo col presidente Obama, non esternerebbe ognigiorno come ha fatto Fini, si dimetterebbe e poi magari lo sfiderebbelegittimamente alle prossime elezioni politiche. In Gran Bretagna, paese dellamoderna democrazia, tories e whigs possono governare per vent’anni, senzache nessuno a Oxford e Cambridge gridi alla dittatura, né c’è quella continuaguerriglia che ogni governo italiano deve affrontare quotidianamente: dai blitzdei magistrati ai terremotati abruzzesi portati a manifestare contro il governoa Roma. Il caos politico quotidiano penalizza unpaese che è una potenza economica importante e ne dà l’immagine di uno Statoconfuso e inaffidabile. Il governo in Inghilterra si occupa di politica estera,di questioni di politica interna: non gli si chiede di risolvere il problemadei tre operai licenziati dalla Fiat a Melfi: non intervengono i magistrati, néla regina, perché la questione in Inghilterra riguarderebbe soltanto laFiat, i tre operai e i sindacati. L’Italia è un paese di corporazionisecolari: i tanti partiti della Prima Repubblica rappresentavano politicamentequeste corporazioni, adesso sono presenti a destra e a sinistra realtàpolitiche che minacciano di erodere il bipolarismo. Nel Pd, Vendola, Cacciari,Chiamparino e Renzi rappresentano realtà locali diversissime, prima chepolitiche. La sinistra è un arcipelago – e anche il Pdl sta rischiando didiventarlo. La questione Nord/Sud è principalmente un problema dicorporativismi locali tanto forti da mettere in crisi la politica dei dueprincipali partiti italiani. Durante la Prima Repubblica, quando l’Italia eraper certi versi protetta dal bipolarismo Usa-Urss, le regioni hannoassorbito e alimentato localismi ed interessi di ogni tipo. Nellanuova realtà del multilateralismo dell’era post-americana, se il Sud non è ingrado di risolvere i suoi problemi, senza chiedere l’intervento dello Stato –dalla nettezza alla criminalità – è la nazione Italia a fallire. I finiani, quasi tutti sudisti, sembranoavere perso qualsiasi rapporto con un filosofo ad essi un tempo caro comeGiovanni Gentile, un uomo del Sud, capace di pensare in termini nazionali e diconfrontarsi con i grandi Stati europei. Il Pdl era l’unico partito nazionaleche sembrava capace di mediare nella questione Nord/Sud, essendo radicato intutta la penisola: purtroppo a Giovanni Gentile i finiani sembrano preferirel’avventurismo di Gabriele D’Annunzio. Daniela Coli L’Occidentale
unità d'italia
nord sud
| inviato da Hurricane_53 il 6/9/2010 alle 12:0 | |
6 settembre 2010
Fini ha parlato
Ha decretato la fine del Pdl, ma non ha fondato nulla, ha criticato il governo ma non ha proposto nulla di concreto se non una serie di indicazioni di massima e la volontà di tenerlo in vita (giusto per organizzare l suo partito che non c'è), ha omesso di dare qualsiasi spiegazione sui fatti che lo vedono protagonista e che avrebbero "lapidato" la sua famiglia, si è identificato con l'istituzione che rappresenta per giustificare il suo attaccamento alla poltrona di presidente della Camera, si è autetichettato uomo di destra tirando in ballo Almirante, dopo le note esternazioni che lo hanno fatto diventare un'icona di sinistra ... in poche parole ha spiegato chi è realmente Gianfranco Fini a chi eventualmente aveva ancora dei dubbi. Hurricane 53 
Il tanto atteso discorso di Fini a Mirabello si è concluso con il botto. Con un attacco durissimo al presidente del Consiglio e al Popolo delle Libertà, il partito di cui lui stesso è fondatore. “Il Popolo della libertà non c’è più”, ha decretato durante un comizio durato un’ora e mezza. È rimasto ora solo “il partito del predellino”, “una Forza Italia allargata” che si è ispirata, estromettendolo dal PdL, al “libro nero del comunismo”: “Soltanto dalle pagine del peggior stalinismo si può essere messi alla porta senza alcun contraddittorio e con motivazioni che sono assolutamente ridicole”. Ma gli attacchi al governo e al PdL (leggi Berlusconi) hanno riguardato tutto (o quasi) e senza sconti: economia, giustizia, leggi ad personam, legge elettorale, persino direzione giornalistica dei telegiornali, “salvo nobili eccezzioni fotocopie dei fogli d’ordine del Pdl”. Era lecito attendersi a che, dopo un discorso così, Fini decidesse di togliere il disturbo e la fiducia e chiedesse di andare al voto per sfidare l’odiato “partito del predellino” che si è fatto “coro dei plaudenti” e “contorno del leader”. Invece no. Dopo aver di fatto decretato la morte del PdL e aver attaccato senza mezze misure Berlusconi e i suoi giornali, Fini si fa il più convinto difensore della stabilità di governo e di un nuovo patto con gli elettori e con il premier: “Si va avanti senza ribaltoni o ribaltini, senza cambi di campo. E senza atteggiamenti che possano dare in alcun modo agli elettori la sensazione che noi si abbia raccolto voti nel centrodestra per poi portarli da qualche altra parte”. Una strategia semplice e machiavellica, alla Ghino di Tacco prima maniera, per indebolire il PdL e raccoglierne l’eredità: lo chiama “un nuovo patto di legislatura”, ovvero un Berlusconi bis con un Berlusconi azzoppato, dove - si immagina - è lui stesso, e la sua pattuglia parlamentare, a dare le carte, a decidere quali capitoli stralciare, quale federalismo attuare, quando e come togliere la fiducia al governo senza mai togliergliela ufficialmente. Dunque: tenere sulla graticola il governo per un paio d’anni prima di sfidare Berlusconi nelle urne. Insomma: Fini prende tempo per indebolire Berlusconi, cercare alleanze variabili e rafforzare al contempo un partito (Futuro e Libertà) che oggi, secondo tutti i sondaggi, anche i più favorevoli, è lontanissima dalle percentuali che raggiungeva Alleanza Nazionale prima dello scioglimento. C’è poi un altro punto, nel suo comizio a braccio di un’ora e mezza, sul quale i riflettori meriterebbero di essere puntati: Fini si è proposto come campione della destra ex missina, come interprete più puro di Giorgio Almirante (parlava ai suoi) e al contempo come il più fedele garante della Costituzione repubblicana. Quella nata dalla resistenza antifascista. Sono le capriole ideologiche di una classe politica trasformista che coltiva spesso la mitologia dell’uomo nuovo. E anche magari quelle personali di un presidente della Camera che fino a qualche anno fa definiva Mussolini “fino al 38? il più grande statista del secolo e che oggi è il campione degli equilibri dei poteri. Panorama
6 settembre 2010
Gianfranco Fini, maestro nel gioco politico italiano - Le Figaro - Traduzione Hurricane 53
Il presidente della camera dei deputati ha proposto unpatto a Silvio Berlusconi per portare al termine la legislatura. 
Domenica sera Gianfranco Fini ha proposto a SilvioBerlusconi “di dare vita ad un patto che permetta di arrivare fino alla finedella legislatura”, nel 2013. In un importante discorso, durato oltre un'ora e che segnavail suo rientro politico dopo un'estate infiorata da accuse ed insulti, ilpresidente della camera dei deputati ha affermato che non intendeva impedire ilpresidente del Consiglio di governare. “E' un suo diritto ed è necessario chelo possa esercitare liberamente”. Per chiarire la sua posizione, Fini haaggiunto che non intendeva né fare scissioni, né cambiare campo alleandosi conla sinistra, ma neppure tentare di formare una maggioranza che si collochi alcentro della scacchiera politica. In compenso ha criticato duramente la sua recente espulsioneper “incompatibilità politica” dal “Popolo delle libertà” (PDL), il partito diSilvio Berlusconi di cui era cofondatore. Un atto, secondo il suopunto divista, “autoritario, profondamente antiliberale, degno dello stalinismo”. Il“PDL è finito, il PDL non esiste più”, ha ripetuto. Gianfranco Fini non è statopiù morbido con il capo dell'esecutivo, accusato di “appiattirsi” davanti alsuo alleato della lega Nord e di “genuflettersi” davanti al colonnello Gheddafi. Un modo di far comprendere che non intende affatto lasciarsiintimidire: “Governare non vuole dire comandare” ha affermato. E di chiedere aSilvio Berlusconi di rispettare il Parlamento, “poiché in una democrazia, ipoteri devono restare equilibrati”. Molto applaudito da diverse migliaia di sostenitori, riunitinella piccola località di Mirabello, non lontano da Ferrara (Italia delNord-est), Gianfranco Fini ha indicato il cammino intende seguire con i suoi. Riforma della giustizia Sulla giustizia, difenderà la norma che preserva la funzionedel capo del governo nell'esercizio delle sue funzioni “senza offrirgli d'altrocanto un'impunità permanente”. Auspica, tuttavia, che la riforma dellagiustizia “non sia realizzata contro la magistratura”; una critica direttadegli attacchi violenti del presidente del Consiglio contro alcune Corti. Altro tema sensibile: il federalismo fiscale, caro alla LegaNord. Gianfranco Fini non si opporrà a condizione che sia “equo e solidale” e“non vada a scapito del mezzogiorno”. Tra una settimana, Silvio Berlusconidovrà chiedere la fiducia del Parlamento al governo su cinque riforme(giustizia, fisco, federalismo, mezzogiorno e sicurezza) che considerafondamentali. Nel tono piuttosto conciliante, il discorso di GianfrancoFini, aumenta l'ipoteca di elezioni anticipate a breve. Il presidente dellacamera si è quindi dichiarato convinto che il “realismo” del presidente delConsiglio avrà la meglio e che saprà “mettere da parte qualsiasi forma di ostracismo” nei suoi confronti. I pretoriani di Berlusconi hanno reagito sostenendo divedere in questo discorso solo “una provocazione” ancor prima di criticare lasua “incoerenza”. Resta da vedere se il presidente del Consiglio la penseràallo stesso modo. Nei sondaggi, il PDL non naviga più al 38% come in occasionedelle elezioni del maggio 2008, ma è sceso sotto il 30%. Richard Heuzé Le Figaro Traduzione Hurricane 53
5 settembre 2010
Corea del Nord: il mistero della Stanza 39
E’ il dipartimento che tiene calmi i generali della Corea del nord rifornendoli di cognac, yacht, macchine costose e altri beni di lusso E mantiene Kim Jong Il vendendo droghe pesanti, dollari falsi e sigarette
La Casa Bianca ha colpito la Corea del nord con nuove sanzioni, in vigore da lunedì. Tra i bersagli c’è il misterioso Ufficio 39 (o anche Stanza 39), un dipartimento segretissimo che ha il compito di rifornire il regime di Pyongyang di beni di lusso, alcolici e droghe pesanti con cui corrompere i propri ufficiali.
Ufficialmente l’Ufficio 39 si occupa dell’esportazione di funghi esotici, alghe e ginseng. Più che altro prodotti tipici locali, come i crostacei che sarebbero dovuti essere in un pacco inviato da una graziosa signora nordcoreana, Chen Mei-ling, a una famiglia che la stava per ospitare a Sunnyvale, in California, nel luglio 2008. Gli addetti dell’aeroporto di San Francisco hanno aperto il dono per un controllo di routine, trovando 380 mila dollari falsi clonati alla perfezione.
Spedizioni di questo tipo sono ordinaria amministrazione per l’Ufficio 39, una divisione speciale di circa 130 persone che da un impenetrabile edificio nel centro di Pyongyang orchestra una rete criminale integrata alla perfezione con il regime. “In un certo senso, è come una banca d’investimento che dà a Kim Jong Il i soldi di cui ha bisogno – dice David Asher, ex ufficiale del dipartimento di stato americano – è un lavoro molto complicato, bisogna tenere il conto di dove girano tutti questi soldi e fare in modo che il boss sia pagato. Se un membro dell’organizzazione sbaglia una consegna, viene ucciso”.
La Corea del nord ha un deficit che cresce più di un miliardo di dollari l’anno e il regime, per pagare i propri sfizi e per ingozzare i propri generali, chiede all’Ufficio 39 di esporsi negli ambiti più svariati: contraffazione di dollari statunitensi, medicine o sigarette. Per poi rifornire gli ufficiali di qualsiasi lusso richiesto, dalle auto in su. Secondo il New York Times, il governo italiano è riuscito a bloccare la vendita di alcuni yacht direttamente a Kim Jong Il, un affare da 15 milioni di dollari. Il capo dell’Ufficio 39, l’ex industriale Kim Tong-un, gestisce anche gli investimenti del leader nordcoreano in giro per il mondo, compresi i conti bancari in Svizzera – affidati, fino al 2004, alla nazionalizzata Golden Star Bank, che aveva sede a Vienna. Il dipartimento del Tesoro americano stima che Kim Tong-un controlli un giro d’affari che sfiora il miliardo di dollari, a stretto contatto con l’Ufficio 99 – che si occupa dello sviluppo delle armi dell’esercito nordcoreano – e l’Ufficio 35, che invece si interessa esclusivamente di danneggiare i vicini sudcoreani.
Mentre il regime sponsorizza la campagna “mangiamo soltanto due pasti al giorno”, Kim Tong-un spedisce carichi di sigarette contraffatte verso la California. Questa era la prima mansione dell’Ufficio 39, un mercato che ora gli rende almeno 720 milioni di dollari all’anno. Poi si è passati al narcotraffico, che garantisce alla Corea del nord un posto di rilievo nel mercato delle anfetamine e degli oppiacei. Lo dimostrano alcuni sequestri eccellenti: nel 2003 la marina australiana ha fermato la nave nordcoreana Pong Su, su segnalazione dei servizi segreti americani, scoprendo 150 chili di eroina pura. Le aziende controllate dall’Ufficio 39 hanno affinato la loro arte a tal punto che anche gli scanner elettronici faticano a distinguere i dollari falsi da quelli veri – ci cascano anche le slot machine di Las Vegas, dice l’intelligence statunitense.
Il regime di Pyongyang non può avere accesso al credito dagli anni Settanta, almeno in via ufficiale. Kim Jong Il ha voluto risovere il problema adottando sotto l’ombrello della pubblica amministrazione un dipartimento che rastrella finanziamenti direttamente da attività criminali. Per questo, durante la visita di Kim Jong Il in Cina, la Casa Bianca ha calibrato le sanzioni esattamente sull’Ufficio 39.
Marco Pedersini Il Foglio
5 settembre 2010
Siamo più superficiali e distratti, colpa di internet

Superficiali, iperattivi, deconcentrati, smemorati: internet ci ha preso nella rete, modificando il nostro modo di pensare e di funzionare del nostro cervello, arenandoci in una modalità superficiale ed 'esagitatà del pensare. È la tesi dell'ultimo libro di Nicholas Carr, 'The Shallows: How the Internet is Changing the Way We Think, Read and Remember', che racconta come internet sta cambiando il nostro modo di pensare, leggere, ricordare, rendendoci superficiali. «Il modo in cui il web ci fornisce informazioni - dichiara Carr in un'intervista al magazine New Scientist - cattura soprattutto il lato più primitivo del nostro cervello». Infatti i nostri antenati erano avvantaggiati dall'essere sempre allerta spostando rapidamente l'attenzione da una cosa all'altra. "Internet sta riportando il cervello a questa modalità di pensiero". Vi siete mai trovati a leggere un libro accorgendovi di non riuscire a seguire il filo con attenzione, di distrarvi continuamente, senza riuscire ad abbandonarvi pienamente alla narrazione? Secondo Carr è colpa di internet e di come ci ha abituati a pensare. È come se internet stesse riprogrammando il nostro cervello rendendo più attivi (o per meglio dire iperattivi) quei circuiti che ci servono per dare occhiate fugaci a una cosa e poi a un'altra, che ci rendono flessibili a cambiare subito pensiero o attività, che ci permettono di scorrere rapidamente, ma superficialmente, un libro o un documento. In questo modo secondo Carr internet sta spegnendo i circuiti cerebrali della 'profondita«, della concentrazione, del pensiero profondo e contemplativo. E dunque, sempre secondo Carr, ci abituiamo ad essere più superficiali e iperattivi e meno meditabondi. Vi sembra un bene? Non cadete nella rete, il pensiero profondo infatti è linfa vitale per la nostra creatività, per la capacità critica e la memoria a lungo termine. Affari Italiani
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| inviato da Hurricane_53 il 5/9/2010 alle 16:0 | |
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